Intrighi, complotti, imboscate, avvelenamenti, accoltellamenti e simili nefandezze a Piombino

di Nedo Tavera

palazzo appiaiCome accadeva di norma nei secoli passati presso le Corti principesche, anche la Corte di Piombino non era esente da intrighi, complotti, imboscate, avvelenamenti, accoltellamenti e simili nefandezze. Proprio con un agguato progettato nottetempo, ben 430 anni fa, si compì l’uccisione di Alessandro I D’Appiano, Signore della città, il 28 settembre 1589 (secondo la datazione vigente, quindi 1590 secondo il calendario piombinese di cui ad una lapide sul luogo dell’assassinio) per mano di congiurati, in via Tra’ Palazzi, oggi via Garibaldi.

Alessandro aveva preso in moglie Isabella de Mendoza, di originaria famiglia spagnola e di un ramo dei conti di Binasco, il cui padre era un importante dignitario della corte spagnola: ambasciatore del Re di Spagna presso la Repubblica di Genova. Il matrimonio era stato regolarmente combinato, come avveniva all’epoca fra i potentati per stringere legami vantaggiosi alle famiglie dei contraenti ed a motivo di utili alleanze per un monarca, come lo era il Sovrano dello Stato di Piombino.

Mentre Alessandro sembra amasse trastullarsi a corteggiare belle dame, Isabella de Mendoza, dopo averlo sposato, sembra non avere perso tempo ad inseguire obiettivi di dominio per sé stessa e per i propri congiunti. Senza il supporto di alcuna fonte attendibile al riguardo, ella viene descritta come una donna intelligente, determinata e senza molti scrupoli. Scrive Licurgo Cappelletti: «Fu implacabile e severa contro coloro che sapeva o reputava a sé avversi; […]. La storia l’accusa, e giustamente, di tacita complicità nell’uccisione del proprio consorte: da prima si mostrò condiscendente con gli assassini di Alessandro; quando poi li vide arrestati e compromessi, inveì contro di loro, facendoli morire per mostrare al mondo la sua affezione al defunto marito. Fu accusata pure di avere avvelenato il figlio Jacopo VII, per sostituirgli nel principato il fratello Giorgio e la figlia Isabella».

Come ammette Cappelletti, anche quest’ultima accusa non ha alcun fondamento documentario, tuttavia successe veramente che Isabella D’Appiano, figlia di Alessandro e omonima della madre Isabella de Mendoza, sposasse, nel 1602, lo zio materno, Giorgio de Mendoza. Nel frattempo, lo Stato di Piombino era stato eretto in Principato imperiale da Rodolfo II, ed il ventiduenne Principe Jacopo VII D’Appiano, successore di Alessandro e fratello maggiore di Isabella, avendo appena sposato la nobile genovese Bianca Spinola, cessò di vivere ai primi del 1603, senza lasciare eredi.

Coincidenze casuali della vita che portarono Isabella a succedere al fratello Jacopo VII sul trono di Piombino. La Principessa madre, Isabella de Mendoza, morì nel suo Palazzo di Cittadella, nel 1612, mentre la figlia poté governare indisturbata lo Stato fino al 1617, anno in cui le venne a mancare il sostegno del marito. Tale condizione di vedovanza della Principessa, fra l’altro ultima discendente in linea diretta di Emanuele D’Appiano, fece scattare la contesa di Piombino da parte del parentado di Isabella: i Mendoza da un lato e i pretendenti D’Appiano di un ramo collaterale dall’altro, cui si aggiunse la pretesa del Granduca di Toscana.

Dopo alcuni anni di sopravvivenza tormentata e precaria del Principato, la quiete in Piombino si ristabilì nel 1634, con l’assegnazione del governo alla nuova dinastia regnante facente capo al Principe Niccolò Ludovisi, nipote di Papa Gregorio XV, che aveva portato all’altare Polissena de Mendoza, la figlia di Isabella D’Appiano e di Giorgio de Mendoza. Un ottimo compromesso fu raggiunto da Polissena unendosi ai Ludovisi, che diventeranno successivamente Boncompagni Ludovisi e che conserveranno il Principato di Piombino fino al 1815.

La vita e le imprese dei Sovrani piombinesi non sono state ancora studiate a fondo nelle filze disponibili degli archivi storici, per cui la loro conoscenza non può che essere generalmente sommaria ed episodica. Questo è, appunto il caso, di Isabella D’Appiano, Principessa che ha governato Piombino per circa sedici anni e della quale sappiamo ancora molto poco.
Probabilmente, questa Principessa era di sentimenti più elevati della madre; lo fa pensare l’aver voluto decisamente proporre e patrocinare la fondazione, nel 1607, di un monastero di monache a cui fu associato un istituto per l’educazione di giovani ragazze dello Stato. L’intera opera fu compiuta nel 1610 e divenne sede di ordini monastici femminili, e definitivamente, dal 1616 al 1806, delle Clarisse, Monache di clausura di Santa Chiara.

Rivivere episodi storici del genere, come migliaia di altri che si possono estrapolare dalla millenaria storia di Piombino, ha indubbiamente un effetto sulla coscienza individuale, ma altro effetto, immensamente più emozionante, ricco di suggestioni e arricchimenti culturali, è potersi ritrovare sui luoghi teatro degli avvenimenti, dinanzi alle pietre monumentali dell’epoca quali testimoni materiali dei fatti.

Ecco: la Reggia di Cittadella e in particolare il Palazzo principesco, dove sicuramente si ordivano gli intrighi di Corte ma da dove anche si imprimeva il moto alla complessa macchina dello Stato di Piombino, non sono attualmente presenti nella loro integrità. Infatti, il Palazzo dei Principi è stato cancellato dalla faccia della Terra fra il 1959 e il 1960, esattamente sessant’anni fa, per decisioni avallate dal Comune.

Non occorre essere un “intellettuale” per capire la gravità inaudita di un atto così scellerato, sacrilego, che ha incommensurabilmente ridotto il patrimonio storico-culturale della città. Non c’è modo di rimediare allo scempio, e l’unica possibile, magra rivalsa potrà essere questa: se è vero che il valore di un eccezionale monumento storico è direttamente proporzionale alla sua antichità e al tempo che via via trascorre, altrettanto proporzionalmente in avvenire dovrà crescere all’infinito la condanna verso gli autori dell’epocale, immane rovina.



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