Non rispettata la tradizione italiana

Sacchetto4Non sono stati accolti bene dalla maggioranza del popolo italiano le nuove borsine di plastica biodegradabili Sono state imposte dall’Unione Europea che ha chiarito, però, di non aver imposto il pagamento obbligatorio, ma solo l’obbligatorietà dell’uso. Molti italiani, non abituati a quella obbligatorietà che sottrae l’inventiva e la scaltrezza di aggirare la norma, logicamente reclamano. Accade un po’ come quando alle “creature” viene tolto un trastullo.

Facendo un “excursus storico” questa dei sacchetti di plastica è più di 40 anni che ci perseguita e, forse, facevano bene nella Bulgaria sovietica quando non si ponevano affatto il problema: a chi si presentava al macellaio senza carta “schioccavano” le braciole in mano e buonanotte.

La storia ebbe inizio con i rifiuti urbani. Prima di allora erano raccolti negli appositi secchi della spazzatura domestica, lasciati fuori del portone e raccolti dagli operatori ecologici (alias netturbini, alias spazzini). Ad un certo punto le aziende addette al ritiro dei rifiuti adottarono quegli orrendi sacchetti ancora in uso, distribuendoli gratuitamente.
Questo durò finché le suddette aziende non si stufarono di sopportare i costi dei sacchetti, ricorsero ad un metodo vecchio “come il primo topo”, quello di rendere il più scomodo possibile il servizio. Che sia un metodo ancora valido è dimostrato attualmente dalle ASL con i tempi biblici delle liste di attesa e del trasferimento delle sedi della guardia medica nei luoghi scomodi per gli anziani, ovvero la fascia più bisognosa del servizio (la guardia medica a Villamarina è puramente casuale). I sacchetti erano sempre gratuiti, ma occorreva ritirali ad orari scomodissimi agli uffici della nettezza urbana dislocati nelle zone più periferiche e degradate tipo la Località Buraccio all’Isola d’Elba o accanto al cimitero e davanti agli ex macelli come a Piombino: due luoghi che non richiamano avvenimenti positivi come nelle espressioni: “sembra un cimitero” o “ha fatto un macello”.
Ovviamente gli utenti trovarono più comodo comprarli in quanto il sacrificio, o il dolore, che accompagna sempre l’esborso di denaro, era notevolmente inferiore al sacrificio di andare a prenderli “ a ufo”. Quando alla fine della giostra cessò la distribuzione gratuita gli utenti nemmeno ci fecero caso perché già li stavano pagando.

Da lì partirono i vantaggi della ricerca di marketing dovuti alla libera concorrenza e uscirono i sacchetti per famiglia, quelli per il condominio, quelli leggeri, quelli pesanti, quelli colorati, quelli con i manici, quelli che si chiudevano meglio e chissà quali altri ancora: quelli per la cacca dei cani hanno un iter diverso e non sono ancora universalmente accettati da chi è per la cacca dei cani libera e democratica.

Questa volta l’obbligo dei nuovi sacchetti è stato rapido e dirompente con modalità alle quali il popolo non era avvezzo. Il governo si è preso la briga di fissarne anche il prezzo che crescerà a tappe forzate come la così detta tassa dei fossi o dei consorzi di bonifica.
Tutto ad un tratto il governo ha creduto di trapiantare la cultura anglosassone su quella italiana.
I sacchetti che gli avventori potevano srotolare liberamente e allegramente accanto ai banchi di frutta e verdura ante sacchetti leggeri e biodegradabili non erano affatto gratis, ma erano mascherati dentro il prezzo del prodotto. Nella grande distribuzione la contabilità è scientifica. Ogni scaffalatura con articoli omogenei viene considerata un centro di costo ad esso vengono attribuiti i costi che la riguardano. Al centro frutta e verdura era, perciò, attribuito il costo dei sacchetti, costo che doveva rientrare attraverso i ricavi della merce tanto amata dai salutisti, vegani compresi.
Quando il consumatore si presenta alla cassa viene fatta la scansione del codice a barre e il sistema computerizzato attribuisce i valori sia in contabilità generale che nel centro di costo.
Il costo dei vecchi sacchetti non degradabili non sarà recuperato dai consumatori perché non calerà la domanda di frutta e verdura per effetto del costo dei nuovi. La novità quindi e la delusione derivano non tanto dall’obbligatorietà e dal prezzo dei nuovi sacchetti, ma da farne apparire il prezzo sullo scontrino.

La tradizione italiana è quella della non trasparenza. Nella tradizione anglosassone le imposte, tanto per fare un esempio appaiono nello scontrino, non sono tenute nascoste ipocritamente come da noi. Se il costo dei sacchetti è obbligatorio è equiparabile ad una tassa e quindi, secondo la nostra tradizione, va nascosto dentro il prezzo della merce come l’IVA e le accise. Nascondendolo subdolamente dentro il prezzo globale, rende gli italiani più tranquilli.


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