Un parallelo improponibile fra questa pandemia e quelle che si sono abbattute sul genere umano in tempi assai remoti

VirusScrivere su un giornale di provincia del coronavirus, quando sulle reti più importanti del Paese illustri medici e scienziati ne parlano quasi 24 ore su 24 è, a dir poco, presuntuoso. Noi ci limitiamo a costruire un parallelo improponibile fra questa pandemia e quelle, molto frequenti, che si sono abbattute sul genere umano in tempi assai remoti. Il Boccaccio prima, e il Manzoni dopo ci hanno descritto con dovizia di particolari come venivano affrontati questi eventi e come ci si organizzava per limitarne i danni.
Il coronavirus ci ha sbigottiti, ci eravamo illusi che calamità del genere fossero impensabili, avevamo posto una fiducia assoluta nella scienza e mai ci saremmo aspettati di provare le stesse sensazioni, le stesse paure di quel tempo remoto.

Sensazione e paure sono le stesse sebbene la nostra realtà sia molto più rassicurante riguardo all’igiene, alla medicina, all’informazione, aii mezzi protettivi di cui disponiamo.
Il nostro improbabile paragone raffronta il coronavirus con la peste del XVII secolo, tanto per tornare ai Promessi Sposi.

La correlazione più stretta fra le due ipotesi si riscontra nell’organizzazione delle autorità politiche e sanitarie per limitare i danni.
Come oggi è stato nominato commissario per l’emergenza il capo della protezione civile Angelo Borrelli anche all’epoca veniva nominato il commissario di sanità che aveva compiti simili. Naturalmente nel ‘600 non c’erano le comunicazioni di adesso, non c’era lo stato unitario e un territorio risultava piuttosto isolato dall’altro per cui i commissari di sanità erano molti, circa uno per ogni comunità colpita dal morbo. Ne avevano il controllo senza guardare in faccia a nessuno.

La scienza era quella che era e non si sapeva che il contagio era dovuto alla pulce del topo (xenopsylla cheopis) come non si sapeva che pesci prendere. Adesso sappiamo che non si tratta di “pulci” ma di un virus dal bell’aspetto, ma se conoscerlo alimenta la speranza per il prossimo futuro, allo stato il risultato non cambia: ci appesta e può condurre alla morte così come la vecchia pulce che viaggiava sul topo come fosse stata sul pullman della Tiemme.

Le decisioni assunte erano abbastanza analoghe. Si raccomandava di evitare gli assembramenti, si blindavano i paesi chiudendo le porte delle mura, si isolavano le famiglie in quarantena relegandole nelle loro case e quando i casi aumentavano si organizzavano lazzaretti per accogliere gli “appestati”, requisendo le ampie ville dei benestanti come oggi viene fatto con le caserme. Ci sono documenti che attestano raccomandazioni rivolte dai proprietari espropriati alle alte autorità del Granducato di Toscana affinché non si confiscasse la loro villa, suggerendone altre di altri.

Il coronavirus non ha risparmiato l’agonismo politico fra i partiti di maggioranza che accusavano di razzismo i presidenti leghisti della Lombardia e del Veneto che volevano la quarantena per gli studenti provenienti dalla Cina. Anche nel ‘600 non mancò la polemica, ma ovviamente non fra i partiti di cui all’epoca non si sentiva il bisogno, ma fra gli organi dello Stato (commissari di sanità) e i vescovi. Per le autorità religiose la peste non era che una punizione divina che doveva essere espiata chiedendo clemenza con le messe (che all’epoca duravano un intera giornata), con le processioni e con l’elemosina. Quest’ultima, che nelle circostanze faceva aumentare esponenzialmente le entrate monetarie della chiesa, aveva un doppio scopo: tenere lontano il morbo e, nel caso più funesto; ottenere il perdono divino. Per le autorità sanitarie, come adesso, dovevano essere evitati gli assembramenti.
Il fiorentino Commissario di sanità a Volterra Luigi Capponi si spazienti per le pretese del “rognoso” vescovo e sbottò: “Scomunichi e faccia quel che vuole che a me non importa niente e sono qua per servire sua Altezza Serenissima”.

Oggi un giornale intitola: “Scappa da Codogno per tornare in Irpinia: ora tutta la sua famiglia è in quarantena”. Anche allora si doveva combattere contro l’indisciplina della gente. La peste in Toscana esplose in un periodo di vendemmia e fu un anno eccezionale per l’uva. Le autorità sbarravano le porte delle città, ma era inutile la gente spaccava i catenacci per andare a vendemmiare perché il vino e la vinella erano alimenti vitali per l’alimentazione.
Altra disubbidienza era quella di non dare alle fiamme i poveri vestiti dei defunti. Mediamente nel ‘600 si cambiavano dai due ai tre vestiti nel corso della vita, figuriamoci se si aveva voglia di distruggere un bene così prezioso!

Altra notizia che leggiamo: “Coronavirus, arrivano gli sciacalli: mascherine e gel igienizzanti alle stelle”. Il commercio ha le sue regole. Nel ‘600 non si trovava più la stoffa nera per il lutto se non a prezzi esorbitanti. Soprattutto aumentava il salario dei becchini che imbastivano proteste o pseudo scioperi approfittando della poca disponibilità di manodopera per svolgere un compito ritenuto ad alto rischio contagio e per l’aumento del lavoro.

A Livorno, peste o non peste, le navi inglesi, padrone del Mediterraneo, che arrivavano in porto erano poste in quarantena per lucrare sugli alimenti o sui servizi forniti dai livornesi con le barche. A nulla portavano gli interventi del granduca su sollecitazione dell’imbestialito ambasciatore inglese.

Per i risultati funesti non c’è paragone fra oggi e ieri. A Firenze dal 22 luglio all’8 agosto 1630 ci furono 9 mila decessi, all’epoca la città faceva 32 mila abitanti oggi ne fa più o meno 382mila. La città più colpita fu Verona: morì il 61% della popolazione.
La maggior parte dei decessi si verificava più nelle donne in quanto partecipavano alle funzioni religiose più degli uomini.

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