Le epidemie vengono affrontate con due strategie che, dal punto di vista economico non sono sullo stesso piano.

fila alla coop

Le epidemie vengono affrontate con due strategie: quella del contenimento del contagio attraverso l’isolamento della popolazione con provvedimenti stringenti adeguati all’emergenza e quella che cura chi è colpito dal morbo nelle strutture sanitarie esistenti con costrizioni al minimo, sopportando la perdita di vite umane. Una strategia (immunità di gregge) che assomiglia a quella militare, quando vengono ipotizzati i caduti nel progettare un’impresa bellica.
Potremmo chiamare le due strategie con le lettere “A” quella del contenimento (zone rosse ecc.) e “B”, quella di tipo quella di militare.

Boris Johnson, primo ministro della Gran Bretagna aveva in mente di ricorrere alla “B”, ma dopo un primo approccio, si è convinto che non era il caso vista la rapidità del contagio che, per poco, non sotterra anche lui.
Dal punto di vista economico le due strategie non sono sullo stesso piano. La “A” ha come obiettivo preminente di salvare, il più possibile, la vita della gente, ma ha costi economici devastanti, tali da far piombare una popolazione indietro di 30 anni. Gli anziani sono prigionieri in casa, i giovani non possono andare a scuola, i negozi, i ristoranti e le attrezzature turistiche chiuse, il settore commerciale e le fabbriche abbandonati. La “B” è una strategia cinica per salvare il più possibile il sistema economico, per non sacrificare i superstiti dalla pandemia e le future generazioni, ma condannando a morte parte della popolazione. La popolazione più esposta alla morte, quella più anziana, non incide sul sistema, anzi allevia i costi del sistema pensionistico e sanitario, libera molti risparmi a favore dei giovani, più inclini alla spesa rimettendo risorse nel ciclo economico, ma il vantaggio più importante scaturirisce dall’approfittare delle difficoltà da parte di chi adotta a oltranza il sistema “A” acquisendo quote di mercato lasciate libere.

Allo stato attuale, in Italia, ma anche in molte altre nazioni, la situazione epidemica, dopo enormi sacrifici e costi, è in lento regresso.
Dopo un inizio di smarrimento, abbiamo fatto, più o meno, l’abitudine alla morte, come avviene in tempo di guerra, tanto da trovare positivo e dare un sospiro di sollievo,quando i decessi da 600 giornalieri si riducono a 500. Rimaniamo scossi quando a morire è una persona conosciuta, ma statisticamente la probabilità è molto bassa di veder morire persone intorno alla nostra sfera affettiva. e così più la pandemia dura e più la nostra emotività si attenua. Osservando le regole siamo convinti che sia impossibile che il virus possa venire a disturbare e “lasciarci il calzino” è considerata una iattura casuale.

L’allentamento della tensione, malgrado la curva dei decessi sia stitica a scendere, fa sì che ci interessi sempre di più la condizione economica negli anni a venire. Ecco quindi, che siamo pronti a passare dalla strategia “A” (Fase1), alla strategia “B” (Fase2).
Ora si sta quasi assistendo ad una gara a chi per prima, nazioni o regioni, passa alla Fase 2 perché il rischio di lasciare la morale della felicità, acquistata nel secondo periodo del ‘900, per ripiombare nella morale della tribolazione, che ha accompagnato l’uomo nei millenni precedenti, è reale e alle porte.

Per passare alla fase 2 (strategia B) occorre che il contagio si attenui e che resti ai livelli compatibili con il sistema sanitario. Occorre stringere o rallentare i freni delle libertà personali, a seconda dell’andamento delle rilevazioni statistiche, ma qualche condannato a morte ci sarà comunque. L’alternativa è aspettare la distribuzione universale del vaccino e conteggiare i condannati a morte per fame. Questa è la fine che ci vorrebbe far fare quel partito governativo che dichiara, auto compiacendosi per il consenso che riesce ad ottenere, che la prima esigenza è salvare la vita umana, tutto il resto viene dopo.

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Armando Nocchi


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