Irio Pierozzi ha perso il posto di lavoro. Pierozzi, come si evince dal nome, è un italiano, non è un un povero extra comunitario, né uno adibito ai lavori socialmente utili, né un loppaiolo, è, o meglio era, un dirigente, direttore della TAP. Non c’è stato uno sciopero di solidarietà da parte dei lavoratori dell’azienda e, quindi non possiamo dire che le maestranze hanno incrociato le due braccia. Infatti sarebbero state solo due in quanto il personale della TAP, diretto dal dirigente direttore consta di un solo lavoratore, un operaio che non essendo più diretto dal suo dirigente si aggirerà per il luogo di lavoro, confuso, senza sapere cosa fare.

La TAP, evidentemente non è un’azienda con struttura piramidale di tayloriana memoria, ma con un organigramma lineare e verticale con il top manager in alto e l’operaio in basso. L’unica formazione politica che è rimasta a difendere l’ex direttore è Rifondazione Comunista, partito che notoriamente non difende i dirigenti. Evidentemente, qualcosa non torna; c’è da rimanere frastornati, ma tentiamo di rimettere un po’ d’ordine in questa apparente contraddizione.

Irio Pierozzi, persona stimata, seria, un gran lavoratore, è stato presidente dell’ASIU e della TAP per molti anni, ha diretto l’azienda e, per quelle che sono le nostre conoscenze allo stato attuale, con competenza tant’è vero che mai si sono levate lamentele o proteste da parte dei cittadini. Ad un certo punto è stato sostituito da Lorenzo Banti. Come oramai siamo abituati a vedere, i presidenti e gli amministratori delegati delle società comunali, non si avvicendano per ragioni aziendali, ma per ragioni politiche come quella di farli decadere dopo un massimo di due mandati in modo da stabilire una sorta di avvicendamento democratico appena si libera una delle tante mammelle della dea Natura, dea dell’abbondanza.

Pierozzi, che in precedenza era stato impiegato dell’ASL nel settore della prevenzione, non poteva ritornare, con la coda fra le gambe, con uno stipendio “normale” nel suo vecchio posto di lavoro una volta assurto alla top management di un’azienda. Veniva così nominato direttore della TAP, azienda nata circa quindici anni fa, ma mai andata in produzione, posizione appositamente creata . Così, come già detto, la società raggiungeva un organico di due dipendenti, il direttore, con stipendio netto superiore a 4 mila euro mensili (13 mensilità) e un operaio con stipendio intorno ai 1.300 euro mensili (13 mensilità), dati desunti da quelli forniti dall’amministrazione comunale alle minoranze e non ancora contestati.

Questo è stato il primo grave errore fatto dall’amministrazione comunale cittadina e dal partito (DS). Se chi prese queste decisioni avesse avuto una minima conoscenza di gestione del personale nelle aziende, non avrebbe mai potuto fare una scelta del genere. Non c’è di peggio che riciclare la persona che ha avuto la massima responsabilità decisionale nell’azienda, in una posizione di minor responsabilità. L’impresa acquista, nella maggior parte dei casi, un soggetto frustrato, critico verso le scelte del nuovo management che applicherà obtorto collo. Anche i nuovi responsabili si possono trovare in una condizione di disagio in quanto si possono sentire sotto esame da parte dell’ex. Altra situazione deleteria è il rapporto che il precedente responsabile continua ad avere con il suo ex personale che può perpetuare la subalternità. Nel nostro caso per personale non si intenderebbe l’unico operaio della TAP, ma quello dell’ASIU. Spesso le persone che avevano un rapporto privilegiato con l’ex superiore si sentono trascurate dalla nuova dirigenza e, quindi, reagiscono rinsaldando ancor di più i vecchi rapporti di fiducia.

In questi ultimi tempi il personale ASIU è preoccupato per il suo avvenire perché la discarica è in esaurimento e chi detiene il potere decisionale sull’azienda, attribuisce all’ex presidente la responsabilità di alimentare questo malcontento. Vi sono state assemblee sindacali con l’intervento dei Cobas, in quanto i sindacati confederali, nel caso di aziende municipalizzate tenute dalla sinistra sono latitanti. L’accusa è proprio quella che sia esistito un filo diretto fra l’ex presidente, i Cobas e Rifondazione Comunista teso a soffiare sul fuoco. E’ probabile che tutto ciò sia frutto di fantasia, che qualcuno se lo sia messo in testa, ma è certo che l’intervento in difesa di Pierozzi da parte di Rifondazione rafforzerebbe questa ipotesi.

Il licenziamento è motivato con l’eliminazione della figura del dirigente, una diminuzione di personale in considerazione della mancata produzione della TAP. Sebbene questa decisione abbia avuto il merito di riportare la situazione di normalità dal punto di vista economico-aziendale e gestionale, eliminando il difetto o l’errore iniziale e ristabilendo la questione morale, non è credibile la sua motivazione perchè si tratta di una posizione esistente da tempo. E’ prevedibile che la questione avrà strascichi al tribunale del lavoro. Fra un congruo numero di anni il giudice dell’ultimo grado di giudizio emetterà la sentenza o si arriverà ad una transazione. Ci può essere un congruo risarcimento per danni a favore del licenziato in quanto mal si concilia la motivazione ufficiale del licenziamento con la giusta causa. In quel momento, con i tempi della nostra giustizia, non sarà più una notizia perché tutti avremo già digerita e dimenticata la faccenda.

I cittadini, però, saranno chiamati a pagare. Non se ne accorgeranno nemmeno perché il tutto sarà occultato dentro le bollette dei rifiuti urbani. Pagheranno la colpa di chi, all’epoca, prese la decisione di “riciclare” l’ex presidente.

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