Galeazzo Maria Sforza Duca di Milano.

Galeazzo Maria Sforza Duca di Milano.

Non è semplice condensare qualche brano di storia piombinese, a volte molto complesso e con risvolti politici, in un limitato articolo dal taglio più o meno giornalistico, per cui non ci si può aspettare che di vederne tracciato l’essenziale; non so neanche quanto sia producente pubblicare tali articoli a titolo divulgativo sulla cronaca giornaliera; però, l’intento è quello di far risvegliare negli altri l’interesse ad approfondire i fatti narrati del passato di Piombino, allargando così la massa degli estimatori.

Nel 1439, morta Donella Fieschi, la patrizia genovese dei Conti di Lavagna, i rapporti fra la Repubblica di Genova e Piombino si raffreddarono, ripristinandosi da parte della “Superba”, come Petrarca definì la città ligure, quel larvato antagonismo verso i D’Appiano esistito nei tempi precedenti il matrimonio della nobildonna con Jacopo II, Signore della stessa Piombino.

Già nel 1125 e 1126, i Genovesi, con gran numero di galee ed altre navi, assalirono, depredarono e incendiarono tale città, allora sotto la Repubblica pisana; ancor più presente i Piombinesi dovevano avere i saccheggi compiuti all’isola d’Elba nel 1401 e 1402 dai Lomellino, Campofregoso ed altri esponenti dell’aristocrazia genovese; aggressioni, alla fine respinte, che misero in allarme e difficoltà l’allora Signore di Piombino, Gherardo D’Appiano, dal 1399 insediatosi in questo nuovo Stato.
D’altronde, dominare una terra con tranquillità non era facile per i potentati medievali e dell’età moderna: invidie, gelosie, insidie, ostilità erano comuni fra signorie e principati grandi e piccoli, ed ognuno di essi si reggeva con l’alleanza o con la protezione di potenze maggiori, che in definitiva erano anch’esse vassalle di re o imperatori. Poiché, molto spesso, anche gli accordi e il rispetto altrui si rispettavano finché erano di convenienza, la stabilità e l’equilibrio di uno Stato erano affidati in gran parte all’abilità diplomatica del principe o del signore, che con una lungimirante politica matrimoniale sapeva stringere utili coalizioni.

Bisogna tener presente che l’Italia, mancante dell’unità politica e perciò divisa in Stati regionali e provinciali spesso in lotta fra loro, viventi nell’orgoglio del proprio individualismo, veniva ad essere perdipiù vittima e preda mutevole della sopraffazione e degli appetiti espansionistici dei grandi Stati nazionali come Francia e Spagna.
Gherardo D’Appiano, nel 1402, prese in moglie Paola Colonna, di potente famiglia romana e sorella di quell’Oddone elevato alla porpora cardinalizia, nel 1405, e divenuto Papa Martino V, nel 1417. Lo stesso Gherardo, nel 1403, stipulò un atto di accomandigia con la Repubblica di Firenze, ossia un atto che assicurava tutela, protezione e assistenza militare per il proprio Stato; atto rinnovato dopo la sua morte, nel 1405, dalla di lui vedova, Paola Colonna, reggente per il figlio Jacopo II, che volle concordarlo perpetuamente, nel 1418.

In ragione di ciò, la Repubblica di Firenze prendeva «per suo raccomandato Iacopo d’Appiano, e suoi discendenti per linea mascolina in perpetuo» (Agostino Cesaretti).
Donella Fieschi mori non lasciando discendenza diretta a Jacopo II, per cui, dopo il governo della di lui sorella Caterina e di Rinaldo Orsini, anch’essi senza prole, succedette legittimamente alla Signoria di Piombino Emanuele D’Appiano, fratello del nominato Gherardo. Questi, a sua volta, aveva fatto un ottimo matrimonio con una figlia naturale di Alfonso I d’Aragona, il Re di Napoli che assedierà Piombino nel 1448. Il figlio di Emanuele, Jacopo III, dal canto suo, vantando la discendenza aragonese per parte di madre, si raccomandò al Re Ferdinando, suo zio, figlio di Alfonso I, il quale, nel 1465, lo accolse nella famiglia d’Aragona, concedendogli l’arma ed ogni inerente prerogativa.

Nonostante tale protezione, a Jacopo III d’Aragona Appiano non sfuggi l’interesse ad assicurarsi ottime relazioni sul versante ligure sposando Battistina di Campofregoso, di nobile famiglia fra le più autorevoli di Genova. Ma in un’Italia così frazionata fra Stati in conflitto l’uno con l’altro non bastava godere di più alleanze senza rischiare serie minacce da nemici inaspettati. Infatti, tranelli e agguati dovevano provenire ai D’Appiano persino dalla Milano degli Sforza.

Jacoppo III, Principe rinascimentale amante delle arti, ebbe condotta altera e autocratica che gli procurò antipatie e infedeltà da membri della cerchia oligarchica cittadina. A seguito di un complotto di essi ai suoi danni, egli reagì mandando a morte alcuni responsabili ed esiliandone altri. La cospirazione avvenuta lo indusse addirittura a diffidare della sicurezza nel proprio Palazzo di città, situato nella Piazzarella (piazza Bovio), ed a concepire la sua nuova residenza fortificata di Cittadella.

Anche se non è del tutto verosimile, la versione storica corrente dà come provato che i fuoriusciti piombinesi, autori della congiura di cui sopra, sarebbero stati all’origine del non premeditato e improvvisato assalto a Piombino del Duca di Milano. Ciò perché essi stessi avrebbero complottato di rovesciare il dispotico Jacopo III dall’esterno, approfittando di una visita a Firenze di Galeazzo Maria Sforza per coinvolgerlo. Questi, dunque, si sarebbe lasciato convincere a compiere l’impresa e ad impadronirsi di Piombino.
Si sostiene che lo Sforza, portandosi a Firenze col pretesto d’incontrare Lorenzo de’ Medici, nel 1471, seguendo l’impulso dei fuoriusciti piombinesi, tentò di annettersi la città dei D’Appiano, «e il dì 20 di Marzo mandò Benedetto del Borgo suo Contestabile con molti fanti a scalare su le mura e entrar dentro, e tagliarono a pezzi la prima guardia, e levandosi il rumore furono cacciati fuora con vergogna, e avevano mandato a Fiorenza la nuova che avevano già preso Piombino, e di fatto lo dissero agli Ambasciatori Senesi, che vi era Messer Borghese Borghesi, queste parole disse “Sappiate Ambasciatori Senesi, che Piombino è ormai nostro. Ma dipoi non essendo vero rimasero scornati, perché la Signoria di Siena ne aveva avvisato il Signore di Piombino, come doveva essere tradito che si guardasse» (A. Cesaretti da L.A. Muratori).

In realtà, Galeazzo Maria Sforza si recò da Lorenzo de’ Medici al fine di consolidare i vincoli con l’alleato fiorentino, e una siffatta ricostruzione dell’azione militare su Piombino non sembra realistica e piuttosto ingenua quando non si ritenga premeditata l’aggressione dello Sforza, notoriamente ambizioso, spregiudicato e risoluto a imporsi politicamente. Inoltre, egli non avrebbe potuto disporre in Firenze di un numero adeguato di soldatesche se non le avesse appositamente condotte al seguito. Infatti, come ricordano le fonti, giunse in Toscana con imponente scorta e ostentando una magnificenza regale inusitata.

Naturalmente, Jacopo III protestò vibratamente con i Fiorentini, che non si erano opposti a quanto accaduto e che forse avevano assecondato il Duca di Milano, di cui temevano molto la supremazia militare; ma tutta la colpa fu fatta ricadere sui predetti fuoriusciti piombinesi e la questione si placò. Così, Firenze ebbe buon gioco a scaricare su questi ultimi ogni responsabilità.
L’efficace controffensiva delle milizie piombinesi non distolse affatto Jacopo III dal premunirsi contro simili insidie esterne, chiedendo un rafforzamento del proprio contingente militare al suo congiunto Re Ferdinando e ottenendo una guarnigione di soldati aragonesi di stanza in Piombino. Questo provvedimento determinò, tuttavia, una costante ingerenza del Regno di Napoli e della Spagna in città nei tempi avvenire.

Il trionfo sulla ciurma di truci assalitori notturni spediti dal Duca di Milano a Piombino divenne una data di perenne ricordo. L’anno 1472, «Avvicinandosi il dì 21 Marzo, nel qual giorno i Piombinesi avevano ottenuto la segnalata vittoria, avendo respinta, e fugata la poderosa turma di traditori, che di notte tempo avevano tentato con ogni violenza scalare la Città, e sorprenderla, fu deliberato in Pubblico Consiglio di solennizzare con magnificenza possibile la Festa di S. Benedetto in memoria di un’azione sì gloriosa, che riconoscevano per intercessione di questo gran Patriarca» (A. Cesaretti).

Giova ricordare che la festa di San Benedetto cadeva tradizionalmente il 21 marzo, giorno della sua morte ma anche di inizio primavera, cui era legato l’antico proverbio “San Benedetto, la rondine sotto il tetto”. Dal 1970, tale festività è stata spostata all’11 luglio.

Nedo Tavera
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