Se lo Stato ci mette soldi deve  entrare nella gestione dell’impresa

rotaieA Piombino, con migliaia di persone ormai ridotte alla povertà dalla violenza della crisi del capitalismo e dalla sciagurata gestione governativa della epidemia di Covid-19, pensare di regalare soldi pubblici alla multinazionale di turno, senza corpose contropartite socio-economiche, vuol dire, da parte delle istituzioni, continuare con la logica distruttiva di prona sudditanza che ci ha portato al disastro di questi anni. Tanto più che JSW sinora si è presa il 30% del salario degli operai, ha disatteso le promesse su smantellamenti e soprattutto sugli investimenti previsti; non mette sufficientemente in sicurezza gli impianti; non ha presentato ancora un vero e completo piano industriale. Se lo Stato ci mette soldi, deve essere per comprare quote di impresa ed entrare nella gestione, per assicurare che l’impresa risponda a quella funzione sociale che la Costituzione rende obbligatoria anche per i privati; il ché vuol dire farsi garante di prospettive occupazionali, di sicurezza del lavoro, della democrazia in fabbrica, della dislocazione territoriale che rispetti le prospettive urbanistiche per una diversificazione economica; di tecnologie moderne ecocompatibili, di bonifiche e tutela dell’ambiente. Tutto ciò con precisi vincoli formalizzati e cadenzati, in un accordo tra multinazionale e parte pubblica, che concretamente può prendere la forma di una “rilettura” del vigente Accordo di Programma, ad oggi disatteso da ambo le parti, pubblica e privata.

Ma senza presentazione del Piano Industriale è inutile parlare di Cassa Depositi e Prestiti. Il governo deve convocare immediatamente l’incontro tra istituzioni, azienda e sindacati e deve dare subito risposte chiare ( anche con procedure di emergenza) agli impegni assunti, tipo la riduzione del costo dell’energia. JSW Italy deve presentare (senza ulteriore dilazioni) il piano industriale nella sua forma integrale (3 forni elettrici, 2 nuovi treni di laminazione, 1505 lavoratori rientrati in fabbrica).

Se il piano non verrà presentato in tempi stretti il governo deve decretare, senza indugi, la fine dell’esperienza Jindal a Piombino e deve farsi carico di costruire un futuro per lo stabilimento con una gestione affidata interamente allo Stato o con una proprietà comunque maggioritaria assicurata alla parte pubblica e con investimenti che permettano di tornare a colare acciaio, unica ancora di salvezza per lo stabilimento e la città di Piombino
Il rilancio dello stabilimento deve essere iscritto in un programma di corposi investimenti pubblici per l’area di crisi complessa; un Piano di Rinascita per Piombino e la Val di Cornia che assicuri compatibilità e sinergia tra rilancio della siderurgia e della diversificazione economica.

A livello nazionale occorre un aggiornamento della normativa (reso ancor più urgente dalla crisi post-covid-19 che renda tempestivi ed efficaci gli investimenti sui SIN e sulle aree di crisi complessa, nonché un Piano Siderurgico Nazionale che scongiuri il rischio concreto che la crisi attuale cancelli il settore strategico dell’acciaio dal panorama produttivo Italiano.
Se in tempi brevissimi non arriveranno, da parte dell’Azienda e del Governo, le risposte necessarie, solo una forte mobilitazione unitaria dei lavoratori con i loro sindacati, e dei cittadini con le loro associazioni, potrà portare Piombino alla ribalta nazionale per tentare di salvarla da fame, emigrazione di massa e degrado definitivo.

Coordinamento Art. 1 - Camping Cig



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