Sollevare la questione altoforno ha il solo effetto di dividere ulteriormente una città

scarico gas afoCome la cometa di Halley, ciclicamente torna a riaffacciarsi l’ipotesi di riaccensione dell’AFO4 e come la cometa è portatrice di infausti eventi, questa ipotesi continua a dividere la città fra chi la vede come un’immediata opportunità di lavoro e chi vede nuovamente minacciata la propria salute e la possibilità di diversificazione.

Negli ultimi giorni si è espressa la FIOM, dichiarandosi favorevole all’ipotesi e addirittura favorevole al temporaneo riutilizzo dell’acciaieria. Fa immediatamente seguito la lista civica del Vicesindaco Stefano Ferrini che si dichiara contraria. Noi la nostra posizione l’abbiamo resa pubblica da tempo ed il nostro No alla riaccensione dell’AFO4 è comparso diversi “cicli” fa, accompagnato da chiare motivazioni. A fare chiarezza non sono state certo illazioni del MoVimento 5 Stelle, ma le relazioni del commissario Piero Nardi il quale ci ha insegnato che lo stabilimento di Piombino ha visto spegnere il proprio AFO perché con quell’assetto l’unica cosa prodotta era una perdita di oltre 10mln al mese, generando un’esposizione verso le banche di 800 mln ed un debito complessivo che superava il miliardo.

Tutto ciò era dovuto a molteplici motivi, alcuni congiunturali come il costo delle materie prime, verso i quali non c’è protezione possibile, altri strutturali:

  1. Dimensioni dell’AFO. L’Altoforno di Piombino era dimensionato per produrre 2,3 mln di tonnellate di ghisa a fronte di una capacità massima di laminazione pari a 1,6 mln di tonnelate (nel frattempo non è certo aumentata), di pari passo la scellerata gestione Cevital ha dilapidato il portafoglio clienti che ad oggi è essenzialmente riconducibile alla sola RFI. L’incidenza dei costi fissi, soprattutto l’energia, faceva sì che una produzione annua inferiore alle 1,4 ton/anno generasse perdita di esercizio.
  2. Logistica interna. La dislocazione degli impianti, con l’AFO nel centro, l’acciaieria al confine con il centro cittadino ed i treni di laminazione al confine opposto dello stabilimento (in un’area di 900.000 mq), la necessità di dover nuovamente riscaldare il semiprodotto prima della laminazione, concorrevano pesantemente ad azzerare il margine operativo lordo.
  3. Approvvigionamento del carbon coke. Nel 2014 la Cokeria era in grado di produrre circa il 50% del fabbisogno per la produzione, la restante parte andava reperita sul mercato a costi elevati. La cokeria non è tecnicamente riavviabile, quindi oggi la totalità del fabbisogno andrebbe reperita sul mercato.
  4. il Sinter Plant, impianto che consente anche il recupero di materie prime dallo “sfrido” del ciclo produttivo. L’altoforno veniva alimentato da pellets di ferro, prodotto costoso e con limitate fonti di approvvigionamento.

Nel frattempo lo stabilimento è stato depredato dall’attuale proprietà e gli impianti ex Area a Caldo si sono ulteriormente deteriorati per mancanza di manutenzione, rendendo eccessivamente oneroso anche il semplice riavvio; questo impone un complesso calcolo di rapporto fra investimento e tempi di rientro.
Chiunque pensi di rilevare lo stabilimento di Piombino, ci deve contestualmente spiegare come pensa di superare questi problemi e con quali tecnologie di tutela ambientale intende farlo, ma ad oggi a nessuno è dato conoscere il piano industriale di Jindal SW. Abbiamo la netta impressione che ormai sia ben chiaro a tutti che la maggior parte della città è sfavorevole al riavvio dell’AFO, chi ha voluto esprimere la propria contrarietà a questa ipotesi lo ha fatto da tempo; sollevare la questione adesso, prima di conoscere le reali intenzioni di Jindal SW ha il sapore dell’ennesima marchetta elettorale, ma che ha il solo effetto di dividere ulteriormente una città nella quale da tempo i cittadini si scontrano sul nulla più assoluto. E’ opportuno ricordare che a suo tempo anche Kaled Al Habahbeh sembrava voler riaccendere l’AFO4.

Stante questa situazione ci sentiamo di chiedere al Sindaco Massimo Giuliani un atto di responsabilità mettendo definitivamente una pietra su questa ipotesi, del resto uno dei motivi con il quale è stata fatta digerire ai piombinesi la Variante AFERPI è stata proprio la cristallizzazione dell’allontanamento dell’industria dalla città. Se vogliamo che una presenza industriale rimanga sul territorio non possiamo fare a meno di mantenere un sano realismo, ora guardiamo avanti e progettiamo la Piombino del futuro pensando ai prossimi 20 anni e soprattutto la politica smetta di cercare consenso sulle spalle di lavoratori e cittadini.

MoVimento 5 Stelle Piombino


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