scarico gas afoAlla fine di oltre 4 ore di serrato dibattito su come uscire dalla crisi della siderurgia l’appello che è venuto dai molti cittadini presenti è stato quello di non fermarsi, di promuovere altre iniziative e di far conoscere l’insieme delle proposte emerse. Tantissimi i temi, dalle dinamiche mondiali del mercato dell’acciaio alla crisi dello stabilimento di Piombino che tra il 2008 e il 2012 ha bruciato circa 900 milioni di euro al ritmo di 18 milioni al mese, fino ai clamorosi fallimenti del Piano Aferpi dato per credibile e salvifico nel 2015 da tutte le Istituzioni quando in realtà era privo dei requisiti minimi per esserlo, come hanno dimostrato i fatti.

I fallimenti non sono però solo quelli di Aferpi. Lo Stato non è da meno. La crisi industriale richiedeva la soluzione di altri problemi: le bonifiche del SIN, il prolungamento della 398 fino al porto, il potenziamento della ferrovia di cui non si parla neppure più, l’ampliamento del porto ancora da completare e privo di collegamenti che lo rendano utilizzabile. Niente di tutto questo è accaduto.

Il dibattito si è soffermato molto sugli aspetti sociali della crisi, in particolare sulla funzione degli ammortizzatori sociali messi in atto dal 2015 con il piano Aferpi. Uno strumento fondamentale per non lasciare senza tutela chi perde il lavoro, ma da utilizzare per progetti di riconversione e rilancio produttivo in grado di offrire nuova reale occupazione. Così non è stato. In assenza di un piano industriale credibile gli ammortizzatori sociali per i 2.200 dipendenti ex Lucchini si trasformano in assistenzialismo che gli stessi lavoratori sentono come un pericolo e perdita di dignità. Situazione ancora più grave è quella dei circa 2000 lavoratori dell’indotto siderurgico che, in assenza di Accordi istituzionali per il prolungamento degli ammortizzatori, stanno esaurendo o hanno già esaurito qualsiasi forma di protezione. Senza considerare i giovani che qui non trovano lavoro e sono costretti ad andarsene.

Di fronte ad una crisi di questa portata non si può attendere e confidare ancora su un piano (quello di Aferpi) clamorosamente fallito. Quel piano deve essere immediatamente abbandonato e lo Stato deve tornare in possesso degli oltre 600 ettari di terreno pubblico conferiti ad Aferpi per definire subito un nuovo piano di rilancio produttivo e di rigenerazione urbana. Le proposte avanzate dal Laboratorio sono state molte e ruotano tutte intorno ad un obiettivo fondamentale: creare le condizioni per lo sviluppo di nuove economie, atteso che, anche nelle ipotesi più rosee, la siderurgia non potrà più garantire i livelli occupazionali del passato. Larghissima condivisione si è registrata nel circoscrivere il settore siderurgico alla sola zona nord di Colmata dove oggi insistono i laminatoi.

Dopo il fallimento di Aferpi, con procedure trasparenti, si dovranno ricercare imprenditori siderurgici credibili, con progetti che puntano sulla qualità dei prodotti, sull’innovazione e sui servizi di accompagnamento alla clientela. Altro destino dovrà essere quello delle aree a sud, vicine alla città. Qui il piano Aferpi prevedeva la totale demolizione dei capannoni e degli impianti (Altoforno, acciaieria, ecc.) per far posto all’agroindustria (in realtà pare per il biodisel) e per grandi piazzali di stoccaggio. Niente è stato fatto di quanto previsto e non si comprende perché ora si dovrebbe procedere alla totale demolizione di quell’enorme patrimonio.

La proposta è che le Istituzioni, in primis il Comune e il Commissario straordinario, facciano subito un censimento ragionato del patrimonio finalizzato ad elaborare un progetto autonomo di rigenerazione di quelle aree. Le idee guida dovranno essere due: il recupero e il riuso (ove possibile) di edifici industriali dismessi per le esigenze della città e del porto e la creazione di un parco urbano di archeologia-industriale collegato al sistema territoriale dei parchi. Le demolizioni, pur necessarie, vengono dopo. In questo scenario la dismissione può essere un “progetto creativo” capace d’intercettare finanziamenti europei e creare nuova occupazione. Un contributo rilevante alla definizione e all’attuazione del progetto può venire, subito, dalle professionalità delle maestranze siderurgiche piombinesi.

Nel corso dell’incontro si è fatto riferimento ad altre realtà europee (tra cui la Ruhr) che hanno affrontato, con successo, situazioni analoghe a quella di Piombino. Il giudizio dei presenti è che le proposte avanzate dal Laboratorio, affinate e precisate con il contributo del dibattito, rappresentano una assoluta novità e un cambiamento strategico nella gestione della crisi. Da qui l’invito ad insistere, con urgenza, per risvegliare una comunità stanca e sfiduciata dalle troppe promesse non mantenute.

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