La SS. Annunziata di Firenze, il cui volto fu dipinto da un'Angelo nel 1252, secondo la tradizione

La SS. Annunziata di Firenze, il cui volto fu dipinto da un’Angelo nel 1252, secondo la tradizione

Rinverdendo tradizioni ultrasecolari, Pisani e Fiorentini festeggiano annualmente due volte il loro Capodanno: il 1° gennaio, come dappertutto, e, rispettivamente, il “Capodanno Pisano” e il “Capodanno Fiorentino”, il 25 marzo, celebrandolo in maniera essenzialmente religiosa, come avveniva una volta, solo per la propria cerchia cittadina. Orgogliosi dell’illustre passato delle loro Città, sfoderano sontuosi costumi storici e, armati di tutto

Capodanno Fiorentino

Capodanno Fiorentino

punto, con stendardi, chiarine e tamburi, in ordinata sfilata si recano a rendere omaggio alla Beata Vergine nel giorno dell’Annunciazione del Signore: appunto il 25 marzo. I Pisani si radunano nel Duomo, i Fiorentini nella Basilica della SS. Annunziata.

Nel Medioevo, determinate realtà territoriali, distinte politicamente l’una dall’altra, avevano stabilito particolari usanze e creato perfino un proprio “calendario”, facendo cadere l’inizio dell’anno in date diverse fra loro. La differenza fra città e città nell’adozione del capodanno era ispirata ad importanti festività, soprattutto religiose, come l’Annunciazione, la Pasqua o il Natale. La cadenza del 1° gennaio, già in uso a Roma dal 46 a.C. col Calendario Giuliano, sarà ripresa con la diffusione del Calendario Gregoriano, secondo lo “stile moderno” o “della Circoncisione”, dal 1582.

I Comuni e le antiche Città-Stato della Toscana avevano preferito adottare, pur con varianti tra Pisa e Firenze, il cosiddetto “stile” “ab Incarnatione Domini”, cioè dall’Incarnazione del Signore. Pertanto, il capodanno cadeva il 25 marzo, festa dell’Annunciazione a Maria Vergine secondo il calendario liturgico. Tale festa, infatti, si celebra esattamente nove mesi prima del S. Natale, nascita di Gesù Cristo.

In Toscana, dunque, l’anno iniziava il 25 marzo e terminava il 24 dello stesso mese. Sia nel Medioevo che in parte dell’età moderna questo calendario interessava, pur con non identica applicazione, la Repubblica di Pisa, la Repubblica di Siena, il Ducato di Firenze, il Principato di Piombino ed era stato, infine, trasmesso all’intero Granducato di Toscana. Tale metodo di computazione degli anni, ponendo il capodanno al 25 marzo, creava ovviamente errori fra le relazioni epistolari, commerciali etc., e può crearli tutt’oggi nell’interpretazione di documenti storici, poiché, ad esempio, lo “stile piombinese e pisano” anticipavano di un’unità nella datazione del periodo compreso dal 25 marzo al 31 dicembre, ossia anticipavano di nove mesi e sette giorni l’inizio dell’anno rispetto al Calendario vigente.

La tradizione del Calendario Pisano, il cosiddetto “stile pisano”, che ci interessa direttamente, è documentata fin dall’anno 985, e la città di Piombino, che con la Repubblica di Pisa aveva avuto legami di subordinazione quasi dalle origini fino al 1399, portò avanti l’usanza durante l’istituzione della Signoria e del Principato. Infatti, come afferma Antonio Fani nel suo famoso “Indice”, nello Stato di Piombino, con anticipo sulla Toscana granducale, lo “stile piombinese” fu abolito il 4 giugno 1706, allorché, per ordine dei Principi Ippolita Ludovisi e Gregorio Boncompagni, l’inizio dell’anno nuovo fu fissato al 1° gennaio, secondo il Calendario Gregoriano.

Soltanto il 20 novembre 1749, ben 43 anni dopo, Francesco Stefano di Lorena decretò la stessa misura per i territori del Granducato. Da notare come lo stile dell’Incarnazione avesse continuato a persistere nonostante che il Calendario Gregoriano, quello che tutt’oggi osserviamo, vigesse sin dal 1582 in varie città italiane ed europee. C’è da ricordare che alla dinastia dei D’Appiano, nel Principato di Piombino, erano succeduti, nel 1634, i Ludovisi e, quindi, avendo la Principessa Ippolita sposato Gregorio Boncompagni, si avvicendarono al governo i Boncompagni Ludovisi, nel 1701. Evidentemente, questi due Sovrani, dimoranti ordinariamente nei loro sontuosi palazzi romani a contatto con l’avida nobiltà papalina, sentirono più stringente, rispetto alla Toscana, la necessità di introdurre anche nel loro Stato piombinese la riforma del Calendario voluta da Papa Gregorio XIII.

Trattando il tema dell’Annunciazione sotto il profilo delle tradizioni religiose e artistiche di Piombino parliamo specificatamente del culto verso antiche immagini della SS. Annunziata ed entriamo in una questione che si presenta storicamente molto lacunosa. Non sappiamo, ad esempio, se esistesse in città una venerazione univoca particolare per la sacra effigie, come da sempre è accaduto a Firenze e, inoltre, non rimangono neppure opere d’arte del genere suddetto che ne attestino la devozione; opere che pure erano ben presenti nelle Chiese piombinesi nel passato.

Durante i secoli della Signoria e del Principato, Piombino disponeva di molti luoghi sacri pubblici, di cui i principali erano la Pieve di Sant’Antimo, presso i Canali, la Chiesa di Sant’Agostino, la Chiesa di San Francesco e la Chiesa di San Giovanni di Dio. Vi erano poi luoghi sacri come san Lorenzo, Santa Maria, Sant’Antonio Abate, ed altri, retti da confraternite laicali. Purtroppo, sono assai rare le notizie tramandateci sui dipinti e sculture esposti anticamente sui loro altari.

Un elemento utile di conoscenza al riguardo si deve ancora ad Antonio Fani, il quale riporta che i Frati Agostiniani «avevano nel 1572 un’Immagine della SS. Annunziata molto venerata nei tempi passati, i di cui voti e robe interessanti venivano in quel tempo custoditi dalla Priora delle Mantellate». Non c’è da dubitare che la ricorrenza della SS. Annunziata fosse molto solennizzata in città e che la corrispondente immagine della Vergine fosse tenuta in grande onore, protetta e conservata nella Chiesa di Sant’Agostino, oggi Abbazia Concattedrale di Sant’Antimo

D’altronde, la Chiesa degli Agostiniani non era l’unica detentrice di immagini sacre tanto venerate in città, perché una seconda importante raffigurazione della Vergine Annunziata si trovava presso i Frati Francescani, su di uno degli altari della ex Chiesa di San Francesco, in possesso attualmente della Misericordia. Questa volta l’informatore è uno storico dell’Ordine del Settecento, Padre Antonio Benoffi, il quale ci documenta che detta Chiesa, verso metà Seicento, disponeva di vari altari laterali, di cui uno dedicato alla “SS. Nunziata”
Non è dunque facile poter stabilire in quale Chiesa cittadina, o se in più Chiese, era solita radunarsi la popolazione per le celebrazioni che annunciavano il “Capodanno Piombinese”. Probabilmente, era preferita la Chiesa di Sant’Agostino, anche a ragione della sua maggiore ampiezza, ma non è da escludere, almeno per i tempi meno lontani, che si privilegiasse celebrare la festività religiosa presso la Madonna di Cittadella, della quale è notoria la venerazione secolare alla stregua di un Santuario.

Forse, non si scoprirà mai se e come si era formato un rituale canonico mediante il quale anticamente i Piombinesi celebravavano la SS. Annunziata e il “Capodanno” ogni 25 marzo; ad ogni modo, è bello immaginare che amassero riunirsi per la cerimonia religiosa in Sant’Agostino, il nostro attuale Duomo, e che poi s’incamminassero in processione verso la rifulgente Cappella dei Principi per portare gioiosi e commossi un devoto ossequio alla Madonna di Cittadella, la cui fama miracolosa e la cui prodigiosa storia erano fonti inesauribili di fede.

Nedo Tavera
 
 
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