AssedioL’assedio di Piombino del 1448 all’epoca suscitò enorme scalpore in Italia, sia per le impari forze in campo fra assedianti e assediati che per la caratura dei protagonisti principali: il sovrabbondante esercito del Regno di Napoli, guidato dal Re in persona, l’assediante, e le forze dello Stato piombinese, in pratica della sola città capitale, l’assediata. Piombino disponeva ovviamente delle sue milizie, ma non di un esercito di consistenza tale da confrontarsi con quello aragonese; tuttavia, possedeva prerogative molto allettanti, come ottimi approdi naturali sulla costa, ricchezza di minerali di ferro e, cosa più invidiabile, un territorio strategicamente ideale come base militare, tenuto conto della posizione nel medio Tirreno con le prospicienti isole dell’Arcipelago, Sardegna e Corsica. Queste qualità, specialmente la terza, fecero sì che lo Stato di Piombino fosse continuamente conteso da molte maggiori monarchie, Spagna e Granducato di Toscana in testa, e, tutto sommato, il fatto di essere ambito da molti potentati lo preservò dalle annessioni e fece sì che poté mantenere la sua autonomia per oltre quatttro secoli, fino al 1815.

L’attacco sferrato da Alfonso I d’Aragona nel 1448 poteva veramente dimostrarsi decisivo per la caduta di Piombino. Infatti, l’assedio fece enorme scalpore in Italia, seducendo perfino Frate Antonio Agostini, samminiatese presente in città in quel periodo, ed il poeta coevo Basinio da Parma che lo cantarono entrambi in rima. Ma il fatto storico fu soprattutto materia di storici e cronisti che l’hanno trattato e reso celebre. Mattia Palmieri (1423-1483), letterato e umanista pisano, ne fece la narrazione più ampia, in latino, della quale ne ha dato ottime trascrizione e traduzione Pietro Loi nel primo numero dell’Archivio Piombinese di Studi Storici del 1971. Altri scrittori contemporanei di Palmieri, come Agostino Dati e Bartolomeo Facio ci hanno lasciato memorie importanti; vari altri passi e documentazioni sono rilevabili in opere storiche del Machiavelli, dell’Ammirato, di Gino Capponi e di Agostino Cesaretti, dalla cui opera Licurgo Cappelleti ha molto attinto.

L’interesse degli avvenimenti è accresciuto dal fatto che parteciparono all’impresa in aiuto dei Piombinesi gli armati di Firenze, senza peraltro prendervi molta parte attiva nelle operazioni di terra, ma molta in quelle di mare. Essi erano capeggiati da leggendari strateghi e condottieri dell’epopea nazionale, quali Neri Capponi, Bernardetto de’ Medici, Sigismondo Malatesta e Federico da Montefeltro. Ma si farebbe un torto alla verità dei fatti, se non mettessimo al primo posto nell’impresa per valore ed eroismo l’altro insigne condottiero: Rinaldo Orsini. Egli, allora Signore di Piombino, con strenua resistenza si rifiutò di cedere le chiavi della città ad Alfonso I, guadagnandosi onori e prestigio, diventando celeberrimo alla sua epoca. Quella dell’assedio del 1448 fu veramente un’altra autentica Resistenza piombinese, durata mesi ed il cui eroismo cittadino è da tramandare alle nuove generazioni.

Rinaldo si era legato a Piombino sposando Caterina D’Appiano, figlia di Gherardo, primo Signore della città, grazie al matrimonio combinato dalla vedova madre, la scaltra Paola Colonna, che non intravedeva la sicurezza dello Stato se non in mano ad un tale uomo d’armi.

Poiché in un singolo brano non si può raccontare tutta la storia dell’assedio, la sintesi è la seguente: il Re di Napoli, pretendendo inutilmente da Rinaldo la cessione di Piombino, con l’eventuale scambio di una baronia nel napoletano, aggredì la città con circa quindici mila uomini, premurandosi inoltre di far terra bruciata intorno ad essa, controllandone militarmente a distanza ogni via di acceso per impedirne rifornimenti e soccorsi di ogni tipo. Non si conoscono date precise della durata dell’assedio, ma le memorie storiche dicono aver raggiunto circa quattro mesi di tempo e che comunque riferiscono l’undici luglio come già attuato lo stanziamento dei Fiorentini in vicinanza di Piombino e la fine di ottobre come abbandono dell’assedio da parte di Alfonso I.
Le soverchianti forze aragonesi si accamparono in prossimità della città, con il quartiere del Re, sembra al Capezzuolo, alternando pesanti combattimenti con profusione di mezzi, anche nottetempo, per sfiancare più velocemente gli assediati. Le bombarde battevano incessantemente le mura urbane alternandosi a torme di soldati che vi issavano contro le scale per varcarle e annientare chi si opponesse. Ciò aveva chiamato ogni Piombinese a dare il proprio apporto in battaglia sotto il comando di quattro ufficiali di guerra: a rispondere, cioè, con balestre e spingarde o, chi fosse in grado di sostenere un corpo a corpo, a battersi, a infliggere un colpo fatale al nemico o a rovesciare dall’alto dei camminamenti valanghe di massi, scrosci d’acqua bollente e di calce viva, come letteralmente si legge nella Istoria del Principato di Piombino di Agostino Cesaretti.

Nel fragore della guerra, con i terrificanti squilli di tromba dell’assalto, col rovinio delle bombarde in azione, con le urla degli assalitori, immaginarsi l’apprensione dei più fragili, degli anziani e dei bambini piombinesi inorriditi, nel timore di essere immolati come di norma accadeva nel saccheggio di una città per mano di mercenari. Le donne, invece, contribuirono validamente alla causa occupandosi delle questioni della canova e della macinazione del grano. Caterina D’Appiano, Signora della città, probabilmente seguiva sgomenta dal suo Palazzo della Piazzarella (ora piazza Bovio) le gesta del condottiero Rinaldo e lo stremante eroismo del popolo, pronta a rinchiudersi nella vicina Rocchetta in caso di allarme ravvicinato.

Rinaldo inizialmente chiese aiuto agli amici di Siena, che non ebbero il coraggio di opporsi al Re di Napoli, mentre i Fiorentini, carichi di orgoglio e di interesse per la città di Piombino, soccorsero generosamente i tradizionali alleati e raccomandati piombinesi.
Poiché le milizie del Re di Napoli presidiavano molte terre di Maremma ed oltre, minacciando direttamente Piombino e bloccandone gli accessi, i Fiorentini dovettero prendere inizialmente la via del mare, e con grosse galee soccorsero nottetempo la città. Inviarono trecento fanti ed altri aggiustatori, rifornendola inoltre di viveri, provvigioni militari ed altro materiale indispensabile. Ma l’armata aragonese non tardò a schierarsi nelle acque dinanzi alle mura di Piombino, accerchiandola, così, dal mare e impedendo ogni intervento dei Fiorentini, che pur ebbero a scontrarsi con quella flotta.

Frattanto, a Firenze, per iniziativa di Neri Capponi e Bernardetto de’ Medici, in accordo con Cosimo de’ Medici e i Dieci di Balia, si radunarono circa seimila cavalieri pronti a partire alla volta di Piombino attraverso l’agro volterrano. Con Neri Capponi, al comando del campo, vi erano, Bernardetto de’ Medici e nientemeno che Sigismondo Malatesta e Federico da Montefeltro. Inviate le provvigioni necessarie via mare da Pisa e rinforzato l’esercito fino a circa quindicimila uomini, giunsero nelle vicinanze di Campiglia, dove si accamparono, procurando di tagliare la strada al rifornimento di viveri per il Re di Napoli, il quale accusava già molti problemi per il suo esercito.

Niccolò Machiavelli, in realtà, precisa nelle sue Istorie che i Fiorentini «messono trecento fanti in Piombino, e posonsi alla Caldane, luogo dove con difficultà potevano essere assaliti». Essi si erano disposti, ben consapevole della loro presenza Alfonso I, nel retroterra piombinese, controllando l’evoluzione degli eventi e pronti a dare battaglia. Il percorso degli armati da Firenze non era stato facile per gli ostacoli frapposti dalle retroguardie del Re, e, nonostante le esortazioni ai soldati di Neri Capponi e di Sigismondo Malatesta, le cose diventavano difficili anche nel loro accampamento in ragione dell’insofferenza al gran caldo estivo aggravata dalla ristrettezza di viveri e soprattutto di vino. Ad ogni modo, le imbarcazioni degli approvvigionamenti provenienti da Pisa riuscirono ad approdare presso Piombino, ma le navi fiorentine dovettero scontrarsi con le galee del Re, e la lotta feroce comportò morti e prigionieri da una parte e dall’altra.

I Piombinesi, dietro l’esempio e l’incitamento del valoroso Rinaldo e dei loro comandanti, si destreggiavano maneggiando balestre e archibugi, si cimentavano nella difesa piombante, rigettando giù dalle mura chi ne tentava la scalata; ricucivano sbrani delle muraglie crollate improvvisando rattoppi e palizzate, scoraggiando in tal modo lo stesso Re di Napoli, che vedeva prorogarsi inutilmente l’assedio senza raggiungere il suo scopo.

torrione e rivellino

Il Torrione con il Rivellino

Fondamentali per la sicurezza di Piombino furono il risanamento delle fortificazioni urbane, che Rinaldo volle far risanare preventivamente, e soprattutto l’erezione, dinanzi alla Porta a Terra del Torrione, dell’imponente Forte Rivellino, recante la data del 1447, utilissimo per la difesa fiancheggiante e che anteponeva altre due porte all’ingresso in città. La Porta a Mare dei Canali, a Marina, era invece efficacemente protetta grazie ai possibili tiri incrociati dalla Rochetta e dalla Torre di guardia del colle Santa Maria; colle sul quale successivamente, fra il 1460 e il 1470, Jacopo III fece innalzare per sicurezza personale la sua residenza fortificata di Cittadella. Non meno importante alla sopravvivenza dei Piombinesi fu certamente la Fonte dei Canali, che ha dissetato la città fino ai primi del Novecento.

Chi pose fine all’assedio con una mossa a sorpresa fu proprio Sigismondo Malatesta, che col suo famoso stratagemma impressionò profondamente Alfonso I. Questi era già fortemente deluso dagli esiti della guerra, irritato dalla perdita di soldati, circa mille, dall’insorgenza di dissenterie nel campo e dal disagio climatico estivo, provato perdipiù personalmente dalla limitazione di provviste alimentari. Durante un’ultima furiosa lotta fra le parti intorno ad un muro crollato, Sigismondo ebbe quest’idea geniale: salito con cinquecento soldati sulla cima di un colle, difficile dire quale sia stato, da cui si potevano bene avvistare le mura di Piombino, intese spaventare gli assedianti fingendo un interminabile esercito in marcia formato, in realtà, dagli stessi fanti predetti. Questi, facendo giungere fino al mare il più alto clamore di altissime grida e ininterrotto clangore di trombe, compivano ripetutamente il giro del colle, senza soluzione di continuità.
Pare che i Piombinesi, non appena intravidero le schiere luccicanti dei soldati fiorentini, riempirono anch’essi il cielo di grida e inneggiarono esultanti al valoroso Sigismondo. Il prode Rinaldo Orsini morì due anni dopo, nel 1450, durante un’epidemia, si dice di peste, che «Infierì in Piombino con gran mortalità di popolo» (A. Cesaretti).

Nedo Tavera


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