La figlia dell’avvocato si sfoga su Facebook

Piombino, il suo ospedale, le famiglie delle vittime e tutto quello che ci ruota intorno è sotto la lente mediatica. Ormai si è messo in moto il “Tritarcarne mediatico” al quale nell’era dei social tutti si sentono protagonisti, possono dire la propria opinione sfogasi contro qualcuno in una gara al tutti contro tutti che riesce sono a creare confusione e danni. Mentre le indagini sono in corso, la presunta colpevole si dichiara innocente e i parenti delle vittime si stanno riunendo in un comitato, vogliamo parlare di coloro che subiscono questa vicenda con dolore, dietro le quinte.

Con grande rispetto verso i parenti delle vittime, vogliamo parlare dei medici e infermieri che lavorano ogni giorno onestamente e che si trovano in una situazione imbarazzante nel sapere che il loro luogo di lavoro, che accoglie un comprensorio come quello della Val di Cornia e dell’Elba, è stato tristemente infangato.

L'avvocatessa Cesarina Barchini in una foto sul suo profilo facebook

L’avvocatessa Cesarina Barchini in una foto sul suo profilo facebook

Ma in questi casi ci sono anche coloro che per funzione istituzionale, svolgono un lavoro che usare una frase del cinema “E’ uno sporco lavoro…, ma qualcuno deve pur farlo”.

Ci riferiamo al legale che ha assunto la difesa di Fausta Bonino, l’avvocatessa Cesarina Barghini che in virtù di questo incarico, sta subendo un processo sui social con insulti e minacce. Abbiamo raccolto lo sfogo della figlia in una lunga lettera pubblicata su Facebook della quale riportiamo alcuni passi: “Ho scelto di non fare l’avvocato. L’ho scelto perché non sarei mai stata all’altezza di questa professione… avrei avuto la strada spianata con lo studio di mia madre, la strada facile sì, ma non il carattere giusto, quello adatto, quello che fa la differenza tra un buon avvocato e uno pessimo, per una professione come questa, che, se ben svolta, ritengo fondamentale in una società civile, in un mondo giusto. Non l’ho mai avuto, il carattere, nonostante io sia stata cresciuta da una meravigliosa Donna che ne ha in abbondanza per poter fare il suo lavoro più che egregiamente.

Ma io no, non ne ho neanche una briciola. Quando mi innervosisco o mi incazzo, non sbatto i pugni, non faccio le urlate, non mi fumano le orecchie: semplicemente, mi viene a mancare la voce e piango per i nervi che saltano. Sono sempre quella troppo sensibile, troppo coinvolta, troppo motiva, troppo docile e accomodante. Troppo votata a sacrificare i miei interessi per quelli degli altri. Troppo debole. Nel mio perenne, instancabile, ingenuo tentativo di voler capire tutto e tutti.
Di provare a spiegarmi a tutto e a tutti. Di parlare, ascoltare, cercare il buon senso e la giustizia ovunque, illudendomi di trovarle sempre in un confronto dai toni educati, gentili e rispettosi.

Nella mia perenne, instancabile, ingenua speranza che le persone siano in grado di ragionare con coscienza, di soppesare adeguatamente le parole, di contare fino a cento e informarsi bene prima di parlare – o scrivere – di qualcuno o qualcosa. Soprattutto se di quel qualcuno o di quel qualcosa, in particolare, non si conosce proprio un bel niente. Poi arrivano “persone” tipo “Stefy”. (una delle persone che hanno scritto frasi offensive sui social ndr) che studia a Pisa come me. Neanche lui/lei ha preso giurisprudenza, pare abbia scelto filosofia.
Magari i nostri sguardi si sono addirittura incrociati da qualche parte, qua in giro. Alla stazione, tra gli scaffali del Conad in Corso Italia, sulla Lam per la Torre. O in ospedale.
Magari frequenta la mia stessa palestra.
Chissà.
Chissà se a Filosofia spiegano diritto. 
Chissà se qualcuno, a quelli come Stefy e chi approva il suo bel commento, ha mai insegnato il valore dell’educazione, del rispetto, della dignità. valore del silenzio.
Chissà.

Poi arrivano “persone” come “Stefy”, come chi ha messo like decretando che mia mamma sia una delinquente solo per il lavoro che svolge, e che in qualche modo, per questo, meriti la morte.
Mia mamma, di rimando, ci ride sopra.
Invece io, con il mio carattere, mi faccio condizionare, empatizzo, lì per lì ci sto male da morire.
Anche se non ne vale minimamente la pena.
Anche se gente così non merita uno sputo di attenzione.
Anche se è, obiettivamente, tutta spazzatura.

Mia madre ci ride sopra e invita anche me a lasciar perdere.
Io proprio non ci riesco. Non riesco a capire come si possa essere così dannatamente imbecilli da riuscire a scrivere un abominio del genere.
Mi sale la rabbia, mi tremano le mani, mi scendono le lacrime dal nervoso a leggere, sentire, ascoltare le cattiverie che la gente, le “persone” (nella peggiore e più disgustosa accezione del termine) riescono a vomitare in giro con la propria squallida frustrazione da tuttologi falliti.

Ho scelto di non fare l’avvocato.
Ma è solo grazie a un avvocato se, crescendo, ho scelto di non essere come “Stefy” (e tutti gli altri).

Orgogliosa di te sempre, mamma.

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