In nessun luogo d’Europa una fabbrica fallita, con un fardello pesante di esuberi, con un altoforno spento, ha ricominciato a produrre

Luigi Coppola

Luigi Coppola

Le motivazioni addotte dalla maggioranza contro la richiesta di un consiglio comunale aperto sulla vicenda Cevital hanno poco senso, mettendo in evidenza tutti i limiti del proprio spessore politico. L’unico risultato ottenuto con questo discutibile atteggiamento arrogante è l’acuire delle divisioni. Il sindaco ha affermato di voler evitare di disunire il movimento, peraltro sarebbe opportuno capire a chi si riferisse facendo nomi, cognomi e sigle. Nel frattempo però non si accorge che la città sulla vicenda siderurgica è tutt’altro che unita. Sarebbe opportuno sottolineare questa aspetto, qualora qualcuno non l’abbia o faccia finta di non averlo capito.

La realtà è che si vuole evitare di aprire un dibattito vero ed autorevole, che ponga una concreta e molto più realistica possibilità rispetto alle altre in campo: “la fine della produzione di acciaio a Piombino”. Non esiste nessun altro luogo in Europa, se non esperienze marginali, in cui una fabbrica fallita, con un fardello pesante di esuberi, e con un altoforno definitivamente spento, abbia ricominciato a produrre. Ovunque, dopo scelte difficili, ma ineludibili, sono ripartiti con la riconversione attraverso forme di bonifica attuabili, senza inutili ed irrealizzabili sogni.

Qui invece, dopo aver fatto scappare tutti i “veri” imprenditori siderurgici, strumentalizzando la fiducia a Rebrab con la prospettiva dell’agroalimentare e della logistica, nonostante la consapevolezza dei rischi e delle evidenti promesse non del tutto sostenibili, si viaggia in alto mare e senza meta. Tutto ciò in un territorio con un piano strutturale oramai obsoleto e con un regolamento urbanistico senza una linea concreta di sviluppo. L’unico intervento urbanistico di rilievo sostenuto è una variante inutile e con fini strumentali al servizio esclusivo della siderurgia. I 50 milioni per le bonifiche che vanno e vengono, ma ancora non si capisce se e dove si fermeranno. Lo stesso per il prolungamento della 398, dichiarazioni di intenti e finanziamenti trovati, ma basta muoversi nei meandri ministeriali per capire che siamo ancora solamente alle parole, soprattutto quando entra in campo il CIPE.

L’agroalimentare è la logistica non sono più un tema all’ordine del giorno, nonostante fossero la chiave di volta per evitare gli esuberi, ed il fiore all’occhiello del progetto Cevital, ma nessuno ne parla più. Tutti focalizzati solo ed esclusivamente sull’acciaio, come nel secolo scorso. L’indotto è morto e sepolto, non potrà certo riprendersi senza una vera diversificazione che abbia una prospettiva futura a lungo raggio, poiché, se pur ripartirà la siderurgia, sarà per un numero molto esiguo di lavoratori, inferiore di gran lunga agli attuali dipendenti Aferpi. Nessuno chiede il “mea culpa” in questo frangente, anche se è inutile e poco dignitoso che vi sia chi cerca di nascondersi dalle proprie responsabilità, ma in questo frangente è indispensabile un segno tangibile di autorevolezza, sobrietà, razionalità e soprattutto verità. Pertanto, è inevitabile che debba esserci un cambio di passo. I protagonisti dei consecutivi fallimenti di cui è vittima la città non sono chiaramente più in grado di gestire questa difficile situazione. Il loro perseverare nel chiedere al governo di far rispettare a Rebrab gli impegni presi, come se ci fossero gli strumenti per farlo, ed i riferimenti continui ai ciclici ammortizzatori sociali, non solo sono avvilenti e diseducativi, ma mortificano anche quella parte maggioritaria della comunità locale, soprattutto quella più giovane, oramai molto più consapevole della propria classe dirigente.

 

Share Button