Articolo 32 della Costituzione : La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.

medico1La drammatica situazione legata al Coronavirus ha improvvisamente focalizzato l’attenzione dei Cittadini e dei Media sul Servizio Sanitario Nazionale, alimentando il dibattito sulla sua efficienza, su quali e quanti tagli ci sono stati e su quanto questi abbiano ridotto la capacità di combattere l’epidemia. Se da un lato i Dirigenti del SSN sottolineino come la Sanità non sia stata una priorità nell’azione dei vari Governi succedutisi negli ultimi 20 anni, i Politici affermano dati alla mano che in realtà la spesa per la Sanità è sempre cresciuta nel tempo.
Esaminiamo quindi i dati per capire quanto sta succedendo in Italia e di conseguenza poter valutare con cognizione di causa anche quanto sta accadendo a livello locale.

Negli ultimi 20 anni la spesa per la Sanità è passata da 71,3 miliardi nel 2001 a 114,5 miliardi nel 2019, dato che in termini assoluti indica l’aumento della spesa stessa, ma che non tiene conto dell’inflazione,che è cresciuta più dei soldi messi a disposizione.
Dal 2010 al 2019 il finanziamento pubblico è aumentato di 8,8 miliardi di euro (crescendo quindi dello 0,9% annuo) mentre l’inflazione annua è stata pari a 1,07%: ecco quindi nei fatti è stata l’inflazione a ridurre la spesa sanitaria anno dopo anno.
Occorre anche tener conto del progressivo invecchiamento della popolazione italiana (gli ultra 65enni sono passati dal 2000 ad oggi da 10,8 milioni a 13,7 milioni) e del maggior costo per farmaci e nuove tecnologie: la spesa sanitaria avrebbe perciò dovuto crescere ben oltre l’inflazione. Volendo valutare la spesa sanitaria in rapporto al PIL osserviamo che mentre nel 2001 questa era del 7%, nel 2020 la percentuale è scesa al 6,6%. Questo in termini pratici ha portato a importanti riduzioni: mentre nel 1998 c’erano 1381 istituti di cui il 61,3% pubblici e il 38,7 privati accreditati per un totale di 5,8 posti letto ogni 1000 abitanti, nel 2017 il SSN disponeva di 1000 Istituti di Cura di cui il 51,8% pubblici e il 48,2% privati accreditati per un totale di soltanto 3,6 posti letto ogni 1000 abitanti (la media europea è di 5 posti letto ogni 1000 abitanti).

Occorre tener presente che l’aumento del Privato non garantisce parità di servizi, non fornendo per esempio Pronto Soccorso o posti di Terapia Intensiva. L’Italia quindi disponeva in epoca pre-Covid di 8,58 posti di Terapia Intensiva ogni 100 mila abitanti contro i 29,2 della Germania o i 21,8 dell’Austria (quando esplose l’epidemia tali posti furono portati a 11 mila per poi stabilizzarsi a 8732). Questo si spiega col fatto che la Germania nel 2016 spendeva per la Sanità il 165% in più dei fondi pubblici, la Francia il 90% in più e la Gran Bretagna il 60% in più, che tradotto in euro vuol dire che ogni cittadino italiano spendeva 1844 euro all’anno, il tedesco 3605, il francese 3201, l’inglese 2857.

In pratica oggi in Europa ci sono 15 Paesi che investono per il SSN più dell’Italia. Il numero di posti letto per malati acuti è passato da 535 a 275 posti ogni 100 mila abitanti, ponendoci al di sotto di Paesi come Serbia, Bulgaria e Grecia. Secondo i Sindacati della Sanità italiana, mancano ad oggi 40 mila unità (di cui 8 mila medici) e per effetto del blocco delle assunzioni oltre il 50% dei medici ha più di 55 anni.
La riduzione degli Ospedali e dei posti letto attraverso riconversioni e accorpamenti è stata una scelta motivata dalla volontà di deospedalizzare e di offrire una maggiore assistenza domiciliare ai malati, di ridurre il numero di ricoveri impropri e limitare la durata dei ricoveri appropriati attraverso una rete integrata di servizi sanitari e sociali volta ad assistere malati cronici, disabili e anziani. Si precisava che il piccolo Ospedale non era più capace, per carenza di Personale e attrezzature, di eseguire terapie appropriate e tempestive.

Vorremmo oggi analizzare l’adeguatezza dei servizi erogati, la loro efficienza e il rapporto esistente tra domanda e distribuzione dell’offerta. Per questo occorre considerare anche la quota di spesa inefficiente, per poter stimare il concreto ammontare delle risorse effettivamente necessarie per i servizi richiesti.
La spesa inefficiente (cioè la spesa che non porta nessun beneficio alla salute) incide per il 16,2% della spesa storica, pari a 15,47 miliardi di euro. La riduzione di tale spesa è effettivamente avvenuta, anche se tale tendenza sembra essersi arrestata negli ultimi anni e si attesta per quanto riguarda il Centro Italia al 12%. Nel 2014 la Ragioneria Generale di Stato evidenziò in talune Regioni insostenibili disavanzi strutturali e gravi carenze nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza, evidenziando mancanza di uniformità nelle prestazioni in tutto il territorio nazionale. Ecco quindi che a fronte di un rientro economico si è assistito al deterioramento delle prestazioni e in tal senso ancor più precisa è la stima della domanda sanitaria a livello disaggregato e cioè la sua analisi a livello comunale: a questo livello di analisi si delinea con maggior chiarezza il rapporto tra domanda/offerta e rischio sanitario, che aumenta con l’aumentare delle distanze chilometriche dalle strutture sanitarie, così come le spese individuali per una maggiore assistenza.

Occorre quindi una valutazione precisa di tutto questo per evitare che l’eccessiva centralizzazione del SSN porti a un’offerta diseguale per i Cittadini, legata a meri confini amministrativi.
In un successivo comunicato analizzeremo la situazione sanitaria a livello locale, Covid permettendo.

Dati tratti da:

  1. Report Osservatorio GIMBE n.7/2019 : Il definanziamento 2010-2019 del S.S.N.
  2. Il Post – L a spesa sanitaria italiana è stata tagliata?
  3. DATAROOM CdS – Coronavirus in Italia: i tagli al SSN, chi li ha fatti e perchè

 

La Piazza della Val di Cornia


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