Nei periodi difficili come epidemie, guerre, grandi carestie sentiamo il bisogno di sentirsi uniti e i riti servono allo scopo

Jindal

Sajian Jindal

Siamo tutti frastornati, anche chi deve prendere le decisioni per gli altri e perché non lo dovrebbe essere di fronte un evento così eccezionale?
Da quando mondo è mondo i cambiamenti sociali si sono susseguiti senza sosta, ma sono sempre stati lenti tanto che l’uomo non ha nemmeno il sentore che si verifichino. Basta vedere un servizio di dieci anni fa sullo schermo televisivo per restare meravigliati di come sia passato il tempo, stentiamo a credere di essere stati immersi in quel contesto. Questa volta il cambiamento sociale ha preso le sembianze del cambiamento politico in genere molto più veloce, se non repentino, quando si palesa con la rivoluzione.
Non vediamo l’ora che tutto finisca, ma nell’immediato non abbiamo il tempo e la testa per pensarci e conteremo i cocci quando tutto avrà termine.

Siamo rinchiusi in una frame e gli effetti psicologici non si controllano, effetti che cambiano da persona a persona e da società a società con culture diverse.
Un soggetto che crede alla reincarnazione, per esempio, non se la prenderà con allegria, ma senza dubbio reagirà in modo molto diverso da un epicureo che esalta il carpe diem.
Siamo stati costretti all’improvviso a cambiare quella forma mentale che c’era voluto tempo per acquisire ai primordi della rivoluzione industriale: abituarci a considerare l’uomo in funzione del tempo. Adesso, chiusi nelle nostre case, giocoforza ci siamo ripresi il tempo in funzione dell’uomo come la maggior parte dei popoli subsahariani che abbiamo la presunzione di “integrare” quando sbarcano con i barconi. Non siamo più assillati dall’orologio perché dobbiamo prelevare il bambino all’uscita della scuola, per la timbratura del cartellino, per il campo del calcetto prenotato, per la palestra e così via. La nostra psiche ne risente ed è per questo che i comuni come Piombino e Campiglia Marittima hanno reperito psicologi che si sono messi a disposizione della comunità.

Quando tutto sarà finito occorrerà ritornare alla precedente forma mentale: all’uomo in funzione del tempo e saremo sottoposti, ancora, ad un altro stress psicologico più o meno gravoso a seconda del perdurare della pandemia.
Un esempio di cultura dissimile alla nostra è palese nella bella lettera che Sajian Jindal, l’industriale indiano che “dovrebbe” costruire un’acciaieria ex nuova in Piombino, ha scritto ai dipendenti di quello che è rimasto dell’ex stabilimento siderurgico. Non sappiamo se Sajian sia credente o meno, se sia buddista o induista o come gli pare, ma sicuramente ha una cultura e una filosofia diversa dalla nostra, tanto è vero che la sua lettera, tradotta nella nostra filosofia, ha suscitato più di una perplessità.
In questo frangente, probabilmente, spinto dal “nobile” intento di rassicurare i dipendenti e le loro famiglie ha consigliando, nel corpo della lettera, di: “ restare a casa” e qui nulla di nuovo, ma ha fatto di più, ha voluto dare suggerimenti su come impiegare il tempo nel periodo domiciliare forzato: “restare a casa, consigliandovi altresì di adottare abitudini a beneficio della vostra salute, quali l’esercizio fisico, lo yoga e la meditazione, per tenere meglio la vostra forma fisica e mentale”.

Un bramino non avrebbe detto meglio. Il suggerimento dello yoga è stato interpretato come una presa “per il culo” e da qui sono nati sarcasmi, derisioni e frizzi e lazzi con la sfilza dei commenti sul social network. Una lettera inusitata da un imprenditore di casa nostra che, a differenza delle culture liberali, desta sospetti qualunque iniziativa prenda senza essere prima concordata. Infatti l’iniziativa di Jindal è stata tacciata come paternalistica come se l’avesse scritta Elton Mayo in persona: il teorico australiano delle “human relation”.

Nei periodi difficili come le epidemie, le guerre, le grandi carestie il genere umano sente il bisogno di sentirsi unito, si sente più protetto e, i riti servono allo scopo. Servivano le processioni e le Messe ai tempi delle vecchie epidemie, serve la recitazione collettiva del Padre Nostro invocata da Papa Francesco, servono i canti dai terrazzi e dalle finestre, l’esposizione delle bandiere, l’Inno di Mameli, i Bella Ciao. Nessuno irride però Papa Francesco, chi espone le bandiere, chi canta gli inni. Tutti questi riti sono più efficienti a salvarci dal coronavirus che lo yoga di Jindal?

Lo yoga è un insieme di discipline psicofisiche finalizzate alla meditazione o al rilassamento a liberare la mente dall’angoscia, dalle nostre paure. Forse se lo avesse consigliato Landini, Furlan e Barbagallo avrebbe avuto migliore accoglimento, ma lo ha consigliato Jindal, che come indiano, ne dovrebbe sapere di più.


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