Dal grido di denuncia di Aldo Claris Appiani alle analisi senza bavaglio di Sigfrido Ranucci, Giovanni Tizian e Stefano Lamorgese

Aldo AppianiCentinaia di persone hanno raggiunto il borgo di Rio nell’Elba per seguire il gran finale di Elba Book, l’unico festival isolano dedicato all’editoria indipendente e alla valorizzazione del territorio attraverso la cultura. Se alla fine del terzo giorno l’attore Giuseppe Cederna ha ricordato alla platea il lato umano delle migrazioni attraverso le parole dell’amico Gianmaria Testa e del suo “Da questa parte del mare”, ieri il tono di Aldo Claris Appiani ha cambiato l’atmosfera della manifestazione. Uno squarcio di drammatica urgenza ha spinto il padre del giovane avvocato scomparso tre anni fa a manifestare il suo sconforto.

«La rigenerazione, parola chiave della quarta edizione, deve riguardare in primis le istituzioni – ha affermato Appiani – Se deleghiamo allo stato il diritto di difenderci, questo deve essere necessariamente credibile. Eppure la sua auctoritas è svanita. Lo stato ha fallito perché l’individuo accetta di soggiacere alle sue leggi soltanto se viene tutelato e rispettato». La tavola rotonda “Ricominciare dalla fine” ad Appiani ha affiancato la costituzionalista Stefania Carnevale e l’educatore Paolo Maddonni, che per primo ha coinvolto i detenuti del carcere di Porto Azzurro nella logistica del festival stesso, per lavorare su quello sprazzo di umanità che rimane dentro ciascuno dopo il buio di un errore inqualificabile e una condanna che lo ha privato della libertà.

Poco dopo, sul palco di piazza Matteotti, il gran finale ha accolto tre giornalisti che lavorano in prima linea: Giovanni Tizian dell’Espresso, Sigfrido Ranucci e Stefano Lamorgese di Report. Il dibattito ha analizzato gli effetti del giornalismo d’inchiesta sulla società, quasi fosse diventato un gioco a somma zero, quello in cui il guadagno del vincitore corrisponde aritmeticamente alla cifra del perdente, non portando a niente. Come ridestare l’interesse delle persone? Risposta necessariamente aperta.

«Nonostante l’impegno febbrile delle redazioni che fanno inchiesta – ha introdotto Lamorgesepare che intorno a noi non cambi alcunché; il quotidiano risulta ovattato da un muro di gomma che impedisce il cambiamento e le persone si adattano senza indignarsi». La storia di testate come quelle che rappresentano gli ospiti, però, testimonia che intervenire sulla percezione della verità è possibile.
«La prima volta in cui RaiNews24 fece parlare di se con una certa intensità fu nel 2000, quando trasmise la famosa intervista a Paolo Borsellino realizzata da due colleghi francesiha risposto Ranuccipoi acquistata da Canal Plus e non essere mai pubblicata. Il giudice allora parlava dei canali di riciclaggio e identificava Dell’Utri e Mangano quali soggetti, teste di legno, incaricate di riciclare il denaro della mafia. Proprio in quel periodo Mangano faceva lo stalliere nella villa di Berlusconi». Il gioco del potere nasconde la realtà in modo che la società non riesca a reagire, che i problemi siano trattati in maniera solo emergenziale: dalle olimpiadi ai terremoti, sino alla lotta alle organizzazioni mafiose. L’urgenza è una condizione straordinaria che consente di aggirare la legge.

«Credo sia una giustificazione del potere per sfuggire alle proprie responsabilità – ha incalzato TizianUn esempio? L’attuale Ministro dell’Interno sta sfuggendo alle sue responsabilità politiche per aver amministrato un partito che, in fondo, è figlio di una grande truffa. I 49milioni che vanno restituiti allo Stato non sono un’opinione, ma un fatto documentato nel dettaglio, sentenza compresa». La deontologia di chi ha scelto questa professione si gioca intorno alla verità: i giornalisti sono obbligati ad andarle il più vicino possibile. Quando a sancirla è un tribunale, la sentenza suffraga l’autorevolezza di chi la stava perseguendo. Ma non sempre succede e i contorni della realtà vengono sfumati di continuo dai media, senza tralasciare i nuovi strumenti di comunicazione che non sono ancora regolamentati.

«A preoccuparmi è l’evoluzione dell’utilizzo dei social da parte della politicaha aggiunto RanucciSiamo partiti nel 1994 dalla cassetta spedita da Berlusconi alle redazioni che veniva trasmessa tale e quale, per arrivare oggi ai video di Di Maio su Facebook. La nostra funzione viene scavalcata di continuo: i politici sfruttano i canali social con l’argomento che desiderano per poi essere copiaincollati dai telegiornali. Si tratta di un modo perverso che dimostra di avere abdicato al ruolo di giornalista. Perverso e irresponsabile».


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