La recente notizia della chiusura dell’Acquario di Marina apre finalmente alla possibilità dell’abbattimento delle sue strutture

Palazzo Appiani

Palazzo Appiani

Il Palazzo D’Appiano, databile agli inizi del Quattrocento, era anticamente denominato “Palazzo Vecchio di Piazza”, evidentemente per distinguerlo dalla successiva residenza della famiglia regnante. Esso ha assunto un valore storico-culturale capitale per Piombino, essendo stata distrutta appunto la dimora principesca fortificata della Cittadella. Il Palazzo Vecchio, tuttavia, ci è pervenuto in condizioni mediocri di conservazione, a causa di ripetuti rimaneggiamenti e consistenti riadattamenti che ne hanno alterato profondamente l’aspetto interno ed esteriore.

L’edificio, variamente utilizzato nel tempo e perfino sopraelevato di un piano, ha subito, quindi, una serie di grossolane manomissioni e intrusioni da risultarne palesemente svilito e trasfigurato. L’ultima grande trasformazione avvenuta porta la data del 1906 circa, quando, senza preoccupazioni filologiche e conservative, si volle dare al Palazzo una connotazione estetica dell’epoca ed una destinazione d’uso scolastica. Durante l’ultimo rifacimento del prospetto principale, eseguito tra il 1973 e il 1974, asportati intonaci e pseudo-bugnati a calce primo Novecento, se ne reinventò l’assetto, in mancanza di un oculato progetto di restauro, ripristinando qua e là finto pietrame di maniera: marcapiano, bozzati angolari, etc.
Come dimostrato da foto d’epoca, e come era normale che fosse, in origine il Palazzo era stato concepito con un’ampia scalea di facciata, trasformata nel 1906 in un assurdo scalone quasi Liberty antistante i portoni d’ingresso: il centrale originale e i due laterali allora aggiunti per la destinazione scolastica.

Con sorprendente noncuranza della storia e del valore del Palazzo, in anni recentissimi all’ingombrante e antiestetico scalone si è sostituita una ancor più voluminosa massa di deturpanti percorsi inclinati per agevolarne l’ingresso. Il risultato è che la qualità monumentale e il carattere dell’edificio non si percepiscono affatto nella giusta misura. Occorre ridare dignità e coerenza alla facciata, ed il primo intervento non potrà che essere il rifacimento della scalea scomparsa ai primi del Novecento, ottemperando alla normativa contro le barriere architettoniche con semplici accorgimenti non invasivi. Successivamente, mi auguro che si provveda a chiudere i due incoerenti portoni laterali ed a correggerne l’intero schema prospettico.

In poche parole, è questo un caso clamoroso fra le emergenze architettoniche piombinesi a cui non è stata mai data una sistemazione esemplare e definitiva. Eppure, Palazzo D’Appiano, per quanto sia in uno stato attualmente dimesso, rivela la sua nobiltà già nelle bozze di pietra che incorniciano il portone d’ingresso mentre nelle sale dei quartieri a terreno e nel cortile porticato retrostante stupisce ancora per la magnificenza che non si riscontra in altre antiche residenze del notabilato piombinese.

Ma quelle accennate non sono le uniche deficienze che umiliamo e avviliscono il monumentale Palazzo; la recente notizia della chiusura dell’Acquario di Marina apre finalmente alla possibilità dell’abbattimento delle sue strutture e di quelle ad esso collegate: in pratica due corpi di fabbrica, o, meglio, due casupole modestissime, che impediscono la visione d’insieme di Palazzo D’Appiano oscurandone gran parte del prospetto laterale destro che può rivelarsi interessante. Chiunque capisce che eliminare la massa insignificante delle dette strutture ridonerebbe spazio circostante e isolamento utile all’oggetto di valorizzazione, allargando nel contempo la magnifica visuale sull’antico Porticciolo.

Dispiace veramente per la sorte dell’acquario, ma credo che se il Comune ne fosse stato veramente interessato lo avrebbe sovvenzionato a dovere da tempo e lo avrebbe riadattato in una sede più moderna e appropriata: ad esempio, presso la Lega Navale, nel piazzale di alaggio, nel luogo ideale.
L’idea di demolire vecchie murature per liberare Palazzo D’Appiano da intrusioni che ne mortificano l’immagine sarà certamente scioccante per chi è abituato a vedere le cose di Piombino nell’ottica di una politica urbanistica cristallizzata da decenni e come sempre molto provinciale, ma, se si vuole far risorgere la città antica in modo che soddisfi prima di tutto la popolazione e che sia capace di attirare flussi consistenti di turismo culturale, bisogna partire da ciò che non è stato mai fatto: dalla cura scrupolosa e dalla valorizzazione effettiva dei monumenti.

Piombino è rimasta indietro rispetto ai centri storici toscani di rilievo; il Comune, fautore di discariche e di pale eoliche, fino a pochi anni addietro non ha fatto altro che sfoggio di politica partitica e di servilismo verso l’industria, anche quando questa ha fatto gran danno urbanistico alla città. Perciò, c’è un enorme lavoro di salvaguardia da fare con un grosso sforzo finanziario, ma bisogna cominciare coraggiosamente la “ripulitura” dei gioielli storici una volta per tutte, se vogliamo che Piombino competa con altri centri storici quanto a offerta culturale; perché non si può pretendere che cittadini e visitatori interessati possano apprezzare pienamente alcuni nostri principali monumenti in non perfette condizioni:

  • il Palazzo D’Appiano stravolto nel suo assetto e completamente da restaurare e rendere visitabile almeno ai piani inferiori;
  • Piombino - Castello

    Piombino – Castello

    la Fortezza Medicea con Cassero, che ci ostiniamo a chiamare Castello, non interamente percepibile nel suo complesso strutturale perché da restaurare per metà, in parte privatizzata, soprattutto contaminata da varie casette impattanti addossate alle mura e urgentemente da far sparire;

  • la Cittadella, parzialmente e disgraziatamente sventrata, che mostra troppo l’evidenza di alterazioni inconcepibili per cui il visitatore attento non sa cosa sta visitando, non usufruendo di almeno qualche pannello didascalico che informi sommariamente, con l’aiuto della grafica, l’architettura, la storia, l’arte e l’apoteosi dell’insigne complesso residenziale signorile fortificato quattrocentesco: la documentazione relativa al Palazzo, ai componenti della fortificazione ed alla galleria dei personaggi che li hanno popolati sarebbe sufficiente per un’utile e istruttiva raccolta museale;
  • la splendida Chiesa di Cittadella, ex Cappella Gentilizia dei D’Appiano, una rarità artistica di cui andare fieri, non sufficientemente pubblicizzata e che merita di essere immessa in un suo specifico circuito turistico-culturale;
  • la trascurata Cattedrale trecentesca, il cui ex edificio conventuale è in semiabbandono e da recuperare a fini culturali, il Museo d’Arte Sacra, il Chiostro monumentale, vero concentrato di eccellenti opere d’arte scarsamente publicizzate, con pavimentazioni da risanare tanto all’interno dello stesso Duomo quanto all’esterno, sulla piazza pubblica; la Chiesa di Sant’Antimo sopra i Canali, finalmente riportata alle origini, ma inaccessibile e privatizzata; piazza Manzoni, parzialmente depauperata dei vecchi giardini e resa quasi inospitale per cittadini e visitatori.

«Ci vuole coraggio per governare», qualcuno giustamente ha detto; e sarebbe essenziale che su questi temi dibattesse impegnativamente la vera “intellighenzia” cittadina non fossilizzata su ideologie insulse, che so essere critica, ma normalmente silenziosa, per paura, per opportunismo o per convenienza. Quali idee hanno gli esperti del settore per la valorizzazione del centro storico e sulla liberazione dei monumenti dalle superfetazioni? Si può mantenere civilmente nelle attuali condizioni il Palazzo D’Appiano? Possiamo lasciarla così com’è la Fortezza Medicea, voluta da Cosimo I come una delle maggiori piazzeforti della Toscana?

Nella mia vita, a Piombino, ho conosciuto molte persone all’altezza della situazione, anche più competenti di me, ma i loro pareri critici sul nostro centro storico sono rimasti sempre a livello di colloquio riservato interpersonale. Vorrei che quel bravo Architetto, fresco di laurea e appassionato di storia, il quale, parecchi anni fa, suonò alla mia porta per chiedermi una copia del libro su Elisa Bonaparte, facesse sentire la sua voce: non per mio piacere, ma per il bene della città.

Nedo Tavera



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