Confesercenti e Confcommercio si rivolgono al Comune

I commercianti piombinesi, attraverso le loro rappresentanze: la Confcommercio e la Confesercenti sono sul piede di guerra; l’economia locale è in crisi da quindici anni, scocca l’ora delle scelte e si chiede di aprire il vecchio e logoro “tavolo” di discussione. A chi? Al Comune.

La proporzione della crisi è allarmante, ma non è da ora che il commercio ha iniziato questa china, che anzi è, addirittura, antecedente ai quindici anni indicati dalla Confesercenti.
Un tempo i commerci fiorivano non solo perché l’economia tirava e gli affari giravano, ma anche perché il controllo fiscale era più blando. La categoria dei commercianti, per lungo tempo, è stata indicata come quella degli evasori per eccellenza, tanto da attrarre, in seguito, maggiori attenzioni da parte del fisco che con norme vessatorie, con le gabelle più astruse e con innumerevoli adempimenti l’ha trasformata in una categoria perseguitata. Intorno all’osso si sono scatenati non solo i governi centrali, ma e soprattutto, quelli locali. Le ultime prese di posizione della categoria sull’onerosità della tassa per l’occupazione del suolo pubblico è una riprova di quanto andiamo dicendo.

Aprire un esercizio è diventata un’avventura che i pochi ardimentosi che decidono di farlo non sempre hanno sentore dell’incidenza delle spese |fisse che non possono |essere coperte dagli |scarsi ricavi della fase iniziale.
Nei costi fissi pesano anche quelli relativi alla contabilità che, per un piccolo esercizio, è chiamata, eufemisticamente, semplificata, ma che semplice non è e esige il supporto di un commercialista. Abbiamo sentito, durante il dibattito in Consiglio Comunale, le più strampalate teorie alcune delle quali un po’ datate. C’è, infatti, chi ha fatto riferimento alle amministrazioni locali che hanno agevolato la grande distribuzione ai danni della piccola, teoria che al giorno d’oggi non ha senso. La grande distribuzione ha vinto e ora si pone il problema di come si deve riposizionare il piccolo commercio. Parte di esso, il più marginale, è abbandonato e a disposizione degli extra comunitari. Molti immigrati provengono da popolazioni tradizionalmente portate al commercio, hanno poche esigenze e hanno più propensione al sacrificio. Molti trasformano il retrobottega in una vera e propria dimora per la famiglia abbattendo così i costi.

Nei negozi delle città del nord Europa o nel mercato più famoso di Roma, piazza Vittorio, è difficile incontrare un rivenditore autoctono. Oramai la tendenza è questa e c’è da prevedere che si estenderà anche ai piccoli centri. A Piombino si avvertono i primi segnali.
Ad una crisi generale che ha provocato nel 2002 sul territorio nazionale la chiusura di 95349 esercizi non bilanciata dalle 94808 aperture, si innesta una crisi locale che peggiora ancor più il quadro.

Non tutte le responsabilità sono attribuibili alle amministrazioni locali, ma solo una parte e non la più decisiva. Le amministrazioni del nostro comprensorio non hanno mai avuto un particolare occhio di riguardo per il commercio. La sinistra ha tradizionalmente e ideologicamente considerato il reddito d’impresa commerciale spurio perché ritenuto speculativo. Il commercio, con l’eccezione di quello cooperativistico, è stato un po’ abbandonato a se stesso, anche se come elemento del sistema economico ha risentito indirettamente delle scelte fatte sugli altri settori. Salvando l’industria, sviluppando il turismo, creando le infrastrutture, anche il commercio se ne sarebbe avvantaggiato. Detto in altre parole una maggiore disponibilità di reddito locale inciderebbe positivamente sul settore commerciale.

Il nodo che le amministrazioni non sono riuscite a sciogliere e che obiettivamente non era facile sciogliere, è quello di far coesistere situazioni fra loro incompatibili: turismo e industria pesante. La incompatibilità assoluta di questi due settori ha fatto sì che i notevoli investimenti non producessero lo sviluppo sperato. Altra palla al piede è stata la costituzione di una società Parchi non adeguata, per dimensioni e per funzioni, allo scopo che si era prefissa.

Altri due fenomeni che caratterizzano il commercio piombinese sono la scarsa tradizione commerciale e la scarsa capitalizzazione degli esercizi commerciali. La bassa capitalizzazione abbinata alla naturale propensione ad effettuare acquisti fuori città dei piombinesi innesca una spirale negativa che si traduce in un’insufficiente offerta di beni, in una bassa rotazione degli stessi, nella limitata superficie degli esercizi e nel lento rinnovamento strutturale, mentre il moderno consumatore è abituato in senso opposto.

Naturalmente ci riferiamo a tendenze medie, c’è uno sporadico numero di operatori commerciali che offrono spazi ampi e programmano il rinnovo sistematico dei locali, altri che si affidano al franchising, ed altri, ben attrezzati, che s’inseriscono dall’esterno. Molte attività, inoltre, sono improvvisate e l’imprenditore, spesso, più che cercare di soddisfare le esigenze del mercato, soddisfa i suoi gusti personali. Si nota spesso la tendenza degli operatori a imitarsi l’un l’altro invece di ricercare una differenziazione mirata alla domanda.

Molti non conoscono l’utilità della pubblicità e i suoi principi più elementari, quando questa non è, addirittura, ritenuta inutile. Chi apre l’attività in zona periferica non si pone affatto l’inevitabilità di dover investire in pubblicità più di quanto risparmia sull’affitto.
Le associazioni si rivolgono agli organi politici del comune. Non si sa cosa si aspettano. Si è aperto il tavolo, si è discusso alla presenza degli assessori Ferrini, Maestrini e il Vice Sindaco Canovaro. Sono loro gli interlocutori giusti o il Partito? Chi lo sai Abbiamo l’impressione che perdano tempo.

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