foto aerea

In questa estate torrida ci capita spesso di transitare per l’uscita di Piombino, su quel viale Unità d’Italia, spesso bloccato dal flusso di auto e moto che vanno e vengono dall’isola d’Elba .

Basta voltare lo sguardo verso mare per vedere una distesa di capannoni e ciminiere ferme, immobili. E poi viaggiando fino al Gagno si passa molto vicino a quello che un tempo era il cuore della fabbrica: l’Altoforno. Quella che un tempo era chiamata area a caldo oggi è area “ferma immobile”, all’intero vive ancora il reparto che produce rotaie per le ferrovie.

Non vogliamo fare l’ennesimo rapporto sulla situazione, o sulla data del prossimo incontro al Mise, per parlare con il Ministro di turno sull’argomento di turno.
Vorremo parlare di chi lavorava in questi impianti, che aveva acquisito una grande professionalità, che ha dedicato parte della propria vita per produrre acciaio dalle colate continue, dai convertitori, o carbon coke dalla Cokeria e la Ghisa dall’Altoforno. Turni di giorno e di notte, e magari ore di straordinario perchè un problema andava risolto per evitare il blocco della produzione.

Il ciclo integrale era una catena, un orologio perfetto e ognuno aveva il compito di evitare che un granello di sabbia potesse bloccare il meccanismo. Tecnici e responsabili che trascorrevano intere giornate in fabbrica, vedendo poco la famiglia e i figli che nel frattempo crescevano e che magari da grandi avrebbero scelto di fare una professione diversa da quella del padre.

E’ strano vedere lo stabilimento fermo di agosto, perchè un tempo questo era il periodo delle grandi fermate di manutenzione. 10 -15 giorni i cui si faceva quello che durante l’anno non era possibile. Si riduceva la produzione con una fermata programmata in cui squadre di meccanici , elettricisti, e muratori di imprese dell’indotto, su tre turni giornalieri, montavano tagliavano, saldavano e ricostruivano quello che doveva essere sostituito o modificato.

Una specie di Pit Stop per la formula uno. L’altoforno abbassava la carica, si apriva la parte superiore e si ripristinava il refrattario. L’acciaieria faceva le sue manutenzioni. Poi appena completate le attività sull’altoforno ripartiva per produrre ghisa da mandare in acciaieria. La cokeria era l’unica a non fermare in estate perchè il coke veniva prodotto anche quando gli altri reparti erano in manutenzione. Il coke così prodotto si metteva nei parchi (stoccato) in attesa di essere caricato in altoforno. La cokeria fermava ogni 40 giorni continuando a produrre perchè i forni venivano vuotati per fare manutenzione al refrattario, ma la batteria non veniva mai spenta.

Lo stabilimento non si fermava mai e anche il suo personale, faceva ferie a cadenza programmata. Il presidio doveva essere assicurato.

Oggi passando su viale Unità d’Italia per un attimo ci torna i mente tutto questo, ma si vede anche un territorio come quello di Piombino che ha un grande potenziale. Vorremmo pensare che quel potenziale che c’era nelle fermate estive in fabbrica ci fosse anche in città per tutelare il nostro patrimonio storico, il nostro orgoglio di posto di mare e per creare un’alternativa economica alla siderurgia.

Quest’anno in centro si vedono più turisti degli altri anni: il segno è crescente. Non sarà l’unica alternativa all’acciaio, ma è un punto da cui partire. Di promesse elettorali ne abbiamo sentite molte. Lo stabilimento di Piombino è stato una miniera d’oro negli anni in cui l’acciaio era in vetta al mercato mondiale. Poi negli anni Ottanta le prime crisi, ma nessuno pensava che anche Piombino potesse fermarsi come era accaduto ad altre realtà come Bagnoli, Genova, Savona. Negli anni ’90 arrivò Lucchini, con la prima grossa ristrutturazione, seguita a 39 giorni di fabbrica chiusa, Poi la “Svendita” al gruppo Serverstal: il magnate russo Alexej Mordashow che con una astuta mossa di ingegneria finanziaria è riuscito a ripulire i propri debiti caricandoli sullo stabilimento piombinese che produceva e faceva utili. Dopo è storia recente: commissariamento e nuova “Svendita” a un imprenditore che investe in tutto il mondo, ma non riesce a portare capitali in Italia, al quale sono stati dati i riconoscimenti, prima di vedere un progetto vero.

La politica locale, quella dei grandi proclami e dei progetti in “rendering”, ha incassato un duro colpo. Dopo l’arabo Kaled ha sperato nell’algerino Issad. Ad oggi siamo ancora ad aspettare una diversificazione economica che parte dal porto, pronto ad accogliere qualsiasi attività con fondale a meno venti metri e una strada inesistente per raggiungere le banchine. Nonostante che gli eventi sembravano volgere in positivo con la demolizione della Concordia, che aveva sbloccato un piano regolatore portuale “fermo con le quattro frecce”.

Dove la Politica sta segnando il passo, la rinascita può avvenire solo dall’orgoglio ciascuno di noi.



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