970290_268337619979701_543689776_nAbbiamo ribadito spesso l’importanza del nostro Porto, della sua vocazione plurimodale, del conseguente aumentato valore con i lavori di ampliamento e la realizzazione dei fondali a meno venti metri. Occorre naturalmente il completamento infrastrutturale via terra (leggi 398) e su ferrovia per sviluppare al meglio le enormi potenzialità data la sua collocazione baricentrica nell’intero Mediterraneo. La “fusione” con Livorno se concepita in modo sinergico avrebbe potuto potenziare ancora di più l’importanza di entrambi i porti, suddividendosi diversi tipi di offerta. Ma la piattaforma Piombino-Livorno, comprensiva dell’Isola d’Elba e dell’arcipelago, è un tavolo a tre gambe che sta in piedi se una di esse non è mancante, perché non esiste un interesse limitato al singolo scalo, ma l’efficienza e la varietà di offerta sono valori aggiunti che reciprocamente portano vantaggio a ciascuno. Se così non è, è del tutto evidente che l’unione, in tal caso, fa la debolezza anziché la forza.

Per questo ci stiamo chiedendo se, dopo la gestione Guerrieri, c’è ancora una strategia per il Porto di Piombino. Esiste un problema puntuale ed uno generale. Per quello puntuale riteniamo si debba intervenire in maniera decisa su PIM per metterla con le spalle al muro. Sono circa due anni che questa società ha ottenuto la occupata anticipazione, ha portato i cassoni della Concordia, ma di attività di un qualunque tipo ancora non se ne vede neppure l’ombra. Sta ancora in piedi il progetto originario oppure no?

Si sente ventilare nel frattempo di altri interessi che i due soci della PIM, cioè Officine San Giorgio di La Spezia e Fratelli Neri di Livorno starebbero portando avanti separatmente. L’Autorità Portuale chieda immediatamente a PIM in modo ufficiale cosa vuol fare. In assenza di risposta in tempi brevissimi o di fronte ad atteggiamenti dilatori, tolga immediatamente l’anticipata occupazione e la rimetta a gara. E sul fronte General Electric, stante la possibile fuoriuscita della stessa dalla società dalla BHGE, la società creata per il settore oil&gas dentro cui vi è Nuovo Pignone e che ha ottenuto l’anticipata occupazione al porto di Piombino, come vanno le cose? Gli impegni sono confermati o i possibili nuovi assetti societari cambieranno gli indirizzi strategici? Non sarà il caso che anche qui l’Autorità Portuale esca dal suo torpore e svolga il proprio ruolo?

Infine, apprendiamo che la nuova proprietà della ex Lucchini, e cioè JSW, ha ottenuto sulla restante parte del porto un diritto di opzione esattamente come l’aveva Cevital. Bene, se questo è funzionale ad uno sviluppo della logistica e comunque non può monopolizzare tutte quelle aree, ma in ogni caso non può durare in eterno.

L’Autorità Portuale non abbia timore a mettere a gara altre possibili richieste e non le scoraggi perché Piombino non può attendere un minuto di più per il suo sviluppo. Sul fronte generale infine ci chiediamo se esiste una strategia di medio-lungo termine sull’”impresa” Porto di Piombino, che rischia così di essere una fuoriserie tenuta chiusa in garage. Considerando anche il più ottimistico degli scenari, nessuna azienda garantirà i posti di lavoro di un tempo, mentre il Porto può essere il volano di rilancio di molte attività e quindi di buona occupazione.

Questo se si organizzano le aree retro portuali, se si realizzano i collegamenti necessari e se si crede in questa realtà. Ma c’è un’idea chiara su cosa se ne vuol fare? Come si gestisce? Come si propone sul mercato internazionale? Quale funzione svolgere in sinergia con Livorno? Ad oggi non ci pare di avvertire quel dinamismo e quella intraprendenza necessari affinchè a queste domande si risponda in modo positivo ed anzi vediamo un torpore che la politica ha l’obbligo di rimuovere, anche ipotizzando scenari conflittuali.

Andrea Fanetti Coordinatore Spirito Libero per Piombino


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