Ritrovare le fondamenta della storica Abbazia dovrebbe essere uno dei primi obiettivi di coloro che si qualificano come paladini della cultura locale.

Abbazia di Sant'Antimo - Montalcino

Abbazia di Sant’Antimo – Montalcino

I resti del grande Monastero erano ben visibili nei primissimi anni dell’Ottocento, e ne dava testimonianza Giorgio Santi, professore di storia naturale nell’Università di Pisa, quando narrava di averli incontrati durante il suo percorso sul Promontorio, lungo la via che da Populonia recava a Piombino:

«Noi ne vedemmo le rovine nella campagna aggiacente. Sembrami, che qui già fu il Villaggio ove Rutilio sbarcato trovo i Contadini in Festa. […] Vicino era, ed è ancora lo Stagno paludoso, sulle rive di cui egli andò a passeggiare. […] Noi provammo una certa compiacenza ad andare riconoscendo i luoghi sì graziosamente descritti dal Poeta viaggiatore. […] Ma lo Stagno, e le sue rive or non sono né ben tenute, né deliziose, […] e la campagna circonvicina, che allora era ravvivata da lieti, e festosi coltivatori, ora insalubre non ha neppure il segno di Case rustiche, o di Villaggio» (Viaggio terzo per la Toscana in Viaggio al Montamiata, ecc., 1795-1806).

Le parole del naturalista pisano si prestano a rievocare Falesia, antica località situata all’estremo opposto di Populonia, nel Promontorio di Piombino, immediatamente aldilà del Capezzuolo, presso il non più esistente grande lago paludoso; era un villaggio abitato da pescatori pagani festeggianti Osiride l’anno 416, come racconta Claudio Rutilio Namaziano che ebbe modo di visitarlo.

Attualmente, non vi è alcuna traccia sul territorio piombinese dei ruderi dell’Abbazia, né si conosce esattamente il luogo su cui sorgeva; le nostre amministrazioni ed i nostri archeologi ne hanno lasciato scomparire perfino la memoria senza effettuarne alcuna ricerca materiale, sebbene essa sia un elemento basilare della storia di Piombino e un’importante testimonianza della civiltà monastica medievale.

Nel 1991, pubblicai, a Firenze, un libro dal titolo: La Santa Vergine nella devozione piombinese attraverso i secoli, in cui tracciavo una breve storia della città dal punto di vista prettamente sociale alla luce non solo di avvenimenti civili, ma principalmente religiosi, fondamentali per analizzare lo spirito e i sentimenti delle antiche e moderne società.
Il libro si apriva con una ricerca sulle origini di Piombino, e segnatamente sull’Abbazia Benedettina di San Giustiniano di Falesia, completamente scomparsa nella campagna piombinese e perciò di ignota ubicazione.

Essa nacque, nel 1022, su terreni elargiti ai Monaci Benedettini dai Conti della Gherardesca, e da tale fondazione ebbe origine la formazione del Castello di Piombino, di cui gli stessi Abati si possono definire i primi Signori. Pertanto, ricercare il luogo e ritrovare almeno le fondamenta della storica Abbazia, che ha dato i natali alla città, dovrebbe essere uno dei primi obiettivi cuturali delle amministrazioni e di coloro che si qualificano come paladini della cultura locale.

L’Abbazia presiedeva una grande estensione territoriale che dalla costa piombinese giungeva fino a Campiglia, mentre il Castello di Piombino risultava già formato ed in fervente crescita sotto di essa nel 1115. Col progressivo ingresso dell’Arcivescovo pisano nel borgo castellano e nei possedimenti abbaziali, e con, viceversa, l’avvicinamento a Pisa dei Monaci falesiani, l’Abbazia conobbe il suo declino verso la metà del XIII secolo

Riportare alla necessaria attenzione pubblica questo monumento medievale piombinese, caduto totalmente nell’oblio e di cui si conosce pochissimo, è stato lo scopo dello studio iniziale proposto nel mio libro, che andava nella direzione di colmare la grave lacuna. La ricerca teorica dell’ubicazione, suffragata dall’interpretazione delle fonti scritte, dall’esame di planimetrie di archivio, dall’analisi del contesto, portava all’individuazione dell’Abbazia sul Monte Santa Maria, nel Promontorio di Piombino, non distante dal sito della coeva Abbazia Benedettina di San Quirico, proprio dove i toponimi arcaici riscoperti indicavano lo stesso “Monte Santa Maria”, “La Regina”, “La Badia”, la “Valle di Santa Maria”. Ho avuto presente nella mia ricerca anche la località dimenticata del “Conventaccio”, il cui antico toponimo significativo è anch’esso posto ai piedi del Monte Santa Maria.

L’altra tesi esistente sull’ubicazione del Monastero, in contrasto con la mia, è stata avanzata da Maria Luisa Ceccarelli Lemut dell’Università di Pisa; la storica pisana, infatti, contestando in diverse sue pubblicazioni la mia tesi, sostiene: «Il monastero sorgeva nella rada a Levante di Piombino, ora denominata Porto Vecchio, sede degli impianti siderurgici dell’Ilva e del porto di Piombino. […] sembra tuttavia verosimile collocarlo su uno dei rialzi di terreno che circondano la rada, probabilmente nell’area dell’attuale borgata di Cotone, ove fino al 1908 esistette una cappella detta della Madonna di Falesia» (M.L. Ceccarelli Lemut, L’edificio attraverso le fonti scritte, in Piombino. La Chiesa di Sant’Antimo sopra i Canali, 2007).

Attualmente sono ricorrenti nella nostra zona, specialmente a Baratti e Populonia, campagne di scavo con il patrocinio di enti pubblici e la supervisione di archeologi di varie Università; è auspicabile, anche per specifico interesse di studio, che si metta mano alla ricerca capillare e sistematica della nostra Abbazia di San Giustiniano, il cui ritrovamento dovrebbe riservare importanti sorprese. Ciò detto, non si può che fare appello ai giovani Piombinesi affinché coltivino con passione le ricerche archeologiche nel territorio comunale, meravigliosamente caratterizzato da memorabili vicende storiche medievali e dalla grande influenza della cultura etrusca e romana.

Nedo Tavera



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