Pubblichiamo nuovamente un testo interessante sulla storia piombinese redatto da Nedo Tavera , già pubblicato alcuni giorni fa, ma che  presentava erroneamente la mancanza del tratto finale dell’articolo. La redazione si scusa con l’autore

Il più antico compendio di storia piombinese è la Plumbinensis Historia, risalente al Quattrocento e dovuta all’illustre letterato e storico senese Agostino Dati (1420-1478), nel quale si delineava l’importanza dello Stato di Piombino in relazione all’Italia del tempo e si tracciava una prima genealogia dei D’Appiano terminante con il matrimonio di Jacopo IV con Vittoria Piccolomini, avvenuto nel 1475. L’altra opera, basilare per i ricercatori successivi, è stata la seicentesca Storia Manoscritta di Piombino, di Anonimo piombinese, sufficientemente attendibile e ricca di dettagli, che si ferma ovviamente al XVII secolo.
Si rifaceva, naturalmente, alle fonti precedenti, ampliandole opportunamente con ricerche proprie, la settecentesca Istoria del Principato di Piombino e osservazioni intorno ai diritti della Corona di Toscana del Padre Agostino Cesaretti, Agostiniano, data alle stampe a Firenze, nel 1788. Analogamente, lo storico piombinese per eccellenza, il celebrato Licurgo Cappelletti, teneva presente gli scritti predetti, arricchendoli doverosamente con molti nuovi contributi, e completava la sua corposa Storia della città e Stato di Piombino dalle origini fino all’anno 1814. Essa fu pubblicata nel 1897 e dedicata al Conte Curzio Desideri di Populonia per la grande liberalità usata verso Piombino e il suo territorio.
Tengo a sottolineare l’importanza delle suddette opere, ormai classiche, perché esse rappresentano le prime fonti bibliografiche, sistematiche e cronologiche dei fatti ed eventi umani del passato piombinese; fatti ed eventi inediti studiati, approfonditi e visti criticamente secondo l’epoca cui appartengono e la personalità dei rispettivi autori, i soli classificabili come storici in senso stretto della storia medievale e moderna di Piombino.
Il progresso e la modernità hanno mutato interamente il panorama informativo di una volta per cui non c’è stato nessun speciale imitatore di tali storici: si capisce che le loro monografie storiche monumentali sarebbero, oggigiorno, irripetibili e di tale complessità e impegno da dover risultare enciclopediche; quindi di non comune possibilità e neanche di grande utilità scientifica, visto che la ricerca storica è in continua evoluzione e molte certezze acquisite oggi sono destinate ad essere superate domani. A meno che non si accetti la semplice cronistoria, come spesso si vede: cioè si ricalcano opere classiche insieme ad altri più recenti studi e si riconfezionano (anche abusivamente, senza le obbligatorie citazioni) libri con titoli diversi propinandoli ai lettori meno acculturati.
Esiste qualche altro lavoro di storia generale piombinese basato sulle fonti bibliografiche e rivisitato criticamente ma che comunque rimane un apprezzabile lavoro divulgativo e non l’innovazione di uno storico, perchè questi scrive e diffonde ciò che è frutto di personale ricerca archivistica e documentaria contestualizzata alla relativa epoca. Come l’astronomo è lo scienziato che non contempla solo il firmamento, ma esplora oltre il conosciuto e scioglie i misteri dell’universo, così lo storico è lo studioso che indaga le fonti inedite e va oltre il sapere scientifico noto delle vicende trascorse allargando l’orizzonte storiografico di uno specifico ambito.
Vi sono infine i vari contributi storici fondati su investigazioni di fonti di prima mano il cui oggetto storico è l’evento particolare, il personaggio, il periodo o l’epoca, piuttosto che il processo di lunga durata, ma che nella loro sommatoria producono il progresso scientifico indispensabile della storia.
E’ bene sottolineare che, oltre alle menzionate opere storiche, molte notizie, passi e vicende di storia piombinese sono ripercorsi in gran misura da celebri cronisti, storiografi, annalisti, e che sono soprattutto essenziali per la ricerca le fonti di prima mano rilevabili nei fondi archivistici italiani e stranieri, in primo luogo dell’Archivio di Stato di Firenze e dell’Archivio Storico piombinese, che conserva, oltre a fondi diversi, le filze dei sommamente preziosi Libri dei Consigli della Comunità di Piombino.
Proprio dalla Storia Manoscritta di Piombino, Agostino Cesaretti aveva tolto uno spassoso episodio di cronaca cortigiana che più avanti riporterò. Intanto, occorre inquadrarne il contesto storico: lo Stato di Piombino, intorno al 1440, era di fatto governato da Paola Colonna, vedova di Gherardo D’Appiano, primo Signore della città. La Signora era stata di fatto reggente dello Stato per conto del figlio, Jacopo II, uomo forse insicuro, sicuramente molto assoggettato alla dipendenza dalla madre, nella quale si rispecchiava l’autorevolezza della sua potente casata romana. Paola Colonna, donna dimostratasi energica e risoluta, era stata inoltre sorella del defunto Papa Martino V (+ 1431), il cui pontificato non fu affatto estraneo all’interesse di Gherardo per l’avvenuto connubio con la stessa di lui sorella.
Mirando ad una avveduta politica matrimoniale che allontanasse quantomeno da Piombino l’inimicizia e la rivalità della Repubblica di Genova, manifestatesi negli anni precedenti, il fiuto diplomatico di Paola Colonna fece sì che Jacopo II prendesse in moglie Donella Fieschi, dei Conti di Lavagna, una delle più eminenti e influenti famiglie blasonate genovesi. Sfortunatamente, le nozze non garantirono al nostro Principe la nascita di un discendente maschio per assicurarsi la successione, e la povera Donella Fieschi sembra morisse prematuramente, circa l’anno 1439, senza avergli dato prole legittima.
La presenza delle concubine di corte, e delle favorite, si può dire che sia stata di prammatica presso i regnanti di tutti i tempi; talvolta, la consuetudine era perfino un’opportunità per garantirsi un figlio, pure illegittimo, a succedere loro. A questo escamotage, dopo tanta attesa di un discendente maschio, dovette ricorrere anche Jacopo II.
Agostino Cesaretti riporta nella sua opera citata un paragrafo tolto dalla Storia manoscritta di Piombino in cui si dice che il Principe, nel 1439, chiamò a vivere a Palazzo un’amante, che evidentemente frequentava da tempo, in stato avanzato di gravidanza: “Avvicinandosi il tempo del parto mandò ad invitare i Fiorentini, ed i Sanesi, acciò volessero mandare i loro Ambasciatori, affinché assistessero alla solennità del Battesimo, ed essere suoi Compari. Vennero al dì determinato gli Ambasciatori; la donna gravida, travagliata da molti dolori, nelle mani dell’Ostetrica, partorì un Moretto; la qual cosa, come eccitò riso al popolo tutto, così interruppe le compaternitadi, e l’allegrezza del Principe. Era per avventura nella famiglia del Signore un Trombetta moro, da cui crederono tutti essere stato generato il figliolo. Questi come vide essere stata scoperta la fraude, con la fuga provide alla salvezza sua”.
Licurgo Cappelletti, in nota nella sua Storia di Piombino, aggiunge il seguito della circostanza: “Dopo aver rammentato il parto e la nascita del moretto, l’anonimo scrittore (che dice aver tolta la sua narrazione dalle opere di Enea Silvio Piccolomini, che fu poi Pio II) soggiunge, che in seguito fu riconosciuto essere stato quel parto anormale causato da un’immagine di moro, la quale si trovava nella camera della concubina di Jacopo; e a conforto di ciò, reca parecchi esempi consimili, che stimo inutile di qui riportare”.



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